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<title>OR-Psicologia</title>
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<description><![CDATA[]]></description>
<language>it-it</language>
<webMaster>info@orpsicologia.it (Orpsicologia.it)</webMaster>
<pubDate>Fri, 03 Apr 2026 21:21:59 +0000</pubDate>
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<title>DISADATTAMENTO IN ADOLESCENZA E DINAMICHE FAMILIARI</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/adolescenza/disadattamento-in-adolescenza-e-dinamiche-familiari.html</link>
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<description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Per comprendere cosa spinge un giovane ad adottare un </span><b>comportamento disfunzionale</b><span style="font-weight: 400;"> e disadattato è necessario fare riferimento all’analisi dell’</span><b>emotività</b><span style="font-weight: 400;"> degli adolescenti e del loro sistema di appartenenza, connettendola con le </span><b>dinamiche familiari</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La ricerca scientifica da tempo sostiene che la </span><b>genesi</b><span style="font-weight: 400;"> del </span><b>comportamento deviante</b><span style="font-weight: 400;"> e di </span><b>disadattamento</b><span style="font-weight: 400;"> sia di tipo </span><b><i>multifattoriale</i></b><span style="font-weight: 400;"> (Loeber et. Al., 2000, Rossi, 2004; Mash et. Al, 2006; Melchiorre, n.d.), ovvero che tale fenomeno viene concettualizzato come il prodotto dell’interazione di diversi aspetti (genetici, temperamentali, cognitivi, psicologici individuali, sociali e familiari).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Aspetti come ad esempio il temperamento irrequieto del ragazzo, un atteggiamento ostile o una limitata capacità di pensiero astratto, sono visti come fattori di vulnerabilità individuale che se combinati con alcune </span><b>variabili socio-familiari</b><span style="font-weight: 400;"> - come la disgregazione familiare o un atteggiamento ambivalente dei genitori, una disciplina parentale inadeguata, la carenza nelle cure materne o la privazione paterna - costituiscono un fattore di rischio rilevante per l’emergere di problematiche di disadattamento negli adolescenti (Bertetti et.Al., 2003).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In riferimento</span><span style="font-weight: 400;"> alla dimensione familiare è stato evidenziato che la </span><b>capacità dei genitori</b><span style="font-weight: 400;"> di </span><b>comprendere</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>sintonizzarsi emotivamente</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>contenere</b><span style="font-weight: 400;"> il figlio nelle sue manifestazioni affettive durante la crescita, rappresenta il </span><b>fattore determinante</b><span style="font-weight: 400;"> per un </span><b>sano sviluppo psicoaffettivo.</b><span style="font-weight: 400;"> Tali capacità prevengono dunque il rischio di disadattamento in adolescenza ed età adulta (Maggiolini, 2014; Taransaud, 2014).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I </span><b>disturbi del comportamento</b><span style="font-weight: 400;"> e le </span><b>difficoltà di adattamento sociale</b><span style="font-weight: 400;"> correlano infatti positivamente con una bassa qualità dei </span><b>legami di attaccamento</b><span style="font-weight: 400;"> e con una inadeguata </span><b>responsività dell’ambiente familiare</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È quindi importante</span><span style="font-weight: 400;"> soffermarsi sul contributo giocato nell’attualità dalle differenti reazioni che il </span><b>nucleo familiare</b><span style="font-weight: 400;"> può esprimere in risposta alle </span><b>“spinte adolescenziali”</b><span style="font-weight: 400;">, intendendo con ciò richieste di autonomia da parte dei ragazzi, contestazioni, tentativi di differenziazione, sollecitazioni all’innovazione, alla ridefinizione di regole, rapporti, alleanze, ecc..</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nello specifico occorre mettere in evidenza</span><span style="font-weight: 400;"> il ruolo che tali reazioni hanno nel contribuire a creare le condizioni che portano all’emergere di atteggiamenti socialmente inadeguati negli adolescenti.</span></p>
<p><b>Quali paure sperimentano gli adolescenti?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Negli anni dell’adolescenza i ragazzi si trovano spesso a provare </span><b>emozioni e sensazioni intense</b><span style="font-weight: 400;"> quanto </span><b>destabilizzanti</b><span style="font-weight: 400;"> quali la rabbia, la vergogna, la sofferenza, l’euforia, il senso di abbandono e di non riconoscimento, la frustrazione, la pietà, la confusione, il senso di colpa, ecc. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ciò nonostante, l’emozione che più delle altre è trasversale negli adolescenti è la </span><b>paura</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La paura nell’adolescente riguarda tipicamente due temi fondamentali: il </span><b>Sé</b><span style="font-weight: 400;"> e l’</span><b>Altro</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli adolescenti infatti da un lato vivono intensamente il </span><b>timore di non essere nulla</b><span style="font-weight: 400;"> e di </span><b>non essere mai abbastanza</b><span style="font-weight: 400;"> (adeguati, accettati ed amabili), di vivere una vita senza senso e/o di essere costantemente condizionati dagli altri (Coslin, 2012) e dall’altro, nonostante ne siano fortemente attratti, temono i pari e gli adulti in quanto pensano di poterne venire danneggiati (fisicamente ma anche moralmente, affettivamente).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo vissuto di </span><b>inadeguatezza</b><span style="font-weight: 400;"> unito al timore per l’Altro, arriva a scatenare a volte in alcuni soggetti un pervasivo senso di </span><b>impotenza</b><span style="font-weight: 400;"> che viene combattuto con atteggiamenti ora di fuga e di ritiro, ora prevaricanti, violenti e distruttivi, aventi lo scopo di sostenere una fragile </span><b>autostima</b><span style="font-weight: 400;"> e di “neutralizzare” (anche tramite pericolosi agiti) l’Altro e la minaccia che rappresenta per il giovane.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lasciando per un attimo il mondo interno dei ragazzi, va detto che non sono solo loro a provare paura, ma anche chi, a vario titolo, si occupa di loro: la società nel suo complesso, la </span><b>famiglia</b><span style="font-weight: 400;"> come microcosmo sociale e gli “esperti” (chiamati solitamente ad intervenire in aiuto dei ragazzi più difficili).</span></p>
<p><b>Quali possono essere le paure dei genitori di un adolescente?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tali paure fanno soprattutto capo al timore della </span><b>disorganizzazione dell’equilibrio</b><span style="font-weight: 400;"> sino a quel momento raggiunto e del conseguente </span><b>caos emotivo</b><span style="font-weight: 400;"> provocato dalla dirompenza (sebbene spesso solo potenziale) delle spinte al cambiamento provenienti dagli adolescenti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il carico di </span><b>potenziale cambiamento</b><span style="font-weight: 400;"> che l’adolescenza porta in famiglia può quindi essere vissuto dalle generazioni più vecchie come un </span><b>fattore di rischio</b><span style="font-weight: 400;"> importante rispetto alla continuazione della vita familiare così come era stata pensata e realizzata fino a quel momento: gli adolescenti infatti (spesso per paura o difesa) possono far credere di essere in grado di </span><b>stravolgere l’ordine familiare vigente</b><span style="font-weight: 400;"> e di avere il potere di rovinare la vita ai familiari.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ciò porta alcune volte i familiari ad </span><b>irrigidirsi</b><span style="font-weight: 400;">, perché anch’essi impauriti e ad agire </span><b>comportamenti difensivi</b><span style="font-weight: 400;"> volti ad allontanare quegli aspetti dell’adolescenza dei figli ritenuti di maggiore rischio per la famiglia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tali comportamenti difensivi possono essere di due tipi: possono infatti essere messi in atto </span><b>comportamenti eccessivamente repressivi</b><span style="font-weight: 400;"> (con punizioni esagerate fino a veri e propri rifiuti dell’adolescente come persona), o al contrario </span><b>seduttivi e collusivi</b><span style="font-weight: 400;"> (ad esempio “comprando” il figlio con regali o denaro o ancora con “comodità” affinché egli resti in casa e non si renda autonomo, ecc…). Entrambe queste categorie di comportamenti hanno l’obiettivo di neutralizzare il potere destabilizzante proveniente dalle potenziali “ribellioni” adolescenziali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’adolescenza porta sempre con sé, soprattutto nelle sue forme più complesse (come la devianza), il rischio che gli adulti della famiglia vivano un </span><b>senso di fallimento</b><span style="font-weight: 400;"> rispetto all’allevamento della prole e al buon adattamento sociale dei figli. Gli adulti infatti sono spesso spinti da quei comportamenti degli adolescenti che non rispecchiano le aspettative o che risultano spaventanti ed estremi (Coslin, 2012) a chiedersi “Che cosa ho fatto di male?” o “Dove ho sbagliato?”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Analogamente a quanto visto per le sollecitazioni al cambiamento portate dagli adolescenti, esistono generalmente due tipi di comportamenti messi in atto dagli adulti per sedare l’angoscia derivante dall’idea di aver fallito sul piano educativo: il primo tipo di </span><b>comportamento</b><span style="font-weight: 400;">, che possiamo chiamare </span><b>“simmetrico”</b><span style="font-weight: 400;">, consiste nel </span><b>proiettare sul figlio</b><span style="font-weight: 400;"> tutte </span><b>le responsabilità</b><span style="font-weight: 400;"> per la situazione al fine di alleggerirsi e decolpevolizzarsi, secondo una logica espulsiva (“…lui/lei è cattivo/a”, “…l’ha fatto apposta per ferirmi”, “… che ci posso fare io, non posso fare più di così..”), mentre il secondo, di tipo </span><b>“complementare”</b><span style="font-weight: 400;">, si sostanzia nella tendenza dei genitori a </span><b>giustificare i comportamenti del figlio</b><span style="font-weight: 400;"> scusandolo (“… non poteva fare altrimenti”, “in realtà non è proprio colpa sua, sono gli altri…”) e sposando apertamente la convinzione di avere un figlio costretto dagli eventi ad agire in un modo che non lo rappresenta per come è conosciuto dai familiari.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una sottospecie di questo secondo tipo di comportamenti “complementari” riguarda il </span><b>ricorso al concetto di “malattia”</b><span style="font-weight: 400;"> (organica, psichiatrica, evolutiva, ecc..) </span><b>per giustificare</b><span style="font-weight: 400;"> in una qualche maniera il comportamento di disadattamento del figlio. Convincersi di avere un figlio “malato” può infatti dare l’illusione di sedare l’angoscia del non comprendere il senso di taluni comportamenti degli adolescenti, ma anche e soprattutto l’angoscia personale connessa al vissuto di fallimento nelle abilità genitoriali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Va detto però che il </span><b>ricorso al concetto di malattia</b><span style="font-weight: 400;"> per gli adolescenti problematici ha in realtà un </span><b>effetto “perverso”</b><span style="font-weight: 400;">, nel senso che piuttosto che allontanare l’angoscia e la difficoltà, le richiama: richiama infatti proprio quel fallimento della famiglia (e della società) che si vorrebbe allontanare connesso alla gestione dei comportamenti più estremi degli adolescenti in quanto la malattia, per come è intesa e gestita nella nostra società occidentale, necessita di un sistema di cura, il quale produce in ultima analisi l’effetto paradosso di “certificare” l’incapacità degli adulti nel gestire i ragazzi e le loro difficoltà (Timimi, 2005).</span></p>
<p><b>Come interagiscono tra loro le paure degli adolescenti e quelle della famiglia?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le paure di ragazzi e famiglie </span><b>interagiscono</b><span style="font-weight: 400;"> continuamente tra loro nel momento in cui vengono provate ed espresse, producendo alcuni effetti specifici.</span></p>
<p><b>Le reazioni della famiglia</b><span style="font-weight: 400;"> (la quale come detto rispetto ai comportamenti degli adolescenti può diventare o troppo rigida o al contrario troppo collusiva) influiscono in modo significativo sulla </span><b>percezione di sé</b><span style="font-weight: 400;"> dei ragazzi e quindi anche sul loro </span><b>comportamento</b><span style="font-weight: 400;">, che ne è diretta espressione: i ragazzi infatti se la famiglia si comporterà con loro in modo </span><b>eccessivamente punitivo</b><span style="font-weight: 400;"> accentueranno un </span><b>duplice vissuto</b><span style="font-weight: 400;">, di </span><b>impotenza</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>fragilità</b><span style="font-weight: 400;"> da un lato – perché mancherà loro la fiducia di base (Erikson, 1950) – ma anche di essere </span><b>“cattivi”</b><span style="font-weight: 400;">, meritevoli quindi delle punizioni e del rifiuto della famiglia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Al contrario famiglie che adotteranno con i figli </span><b>atteggiamenti eccessivamente permissivi e collusivi</b><span style="font-weight: 400;"> stimoleranno nei ragazzi </span><b>vissuti di onnipotenza</b><span style="font-weight: 400;"> e il convincimento di poter fare tutto ciò che vogliono perché “in diritto di pretendere”. Lo sviluppo del </span><b>senso critico</b><span style="font-weight: 400;"> e della </span><b>responsabilità</b><span style="font-weight: 400;"> per le proprie azioni ne verranno in questo caso fortemente penalizzati.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È quindi importante che la famiglia si apra al nuovo e consideri positive le sollecitazioni e i cambiamenti portati dagli adolescenti: è fondamentale che la famiglia trasformi, tramite il </span><b>dialogo con il ragazzo</b><span style="font-weight: 400;"> (dialogo che deve essere aperto, franco e “caldo”) e tramite l’</span><b>ascolto attento e non giudicante,</b><span style="font-weight: 400;"> questa delicata fase di vita in una opportunità di crescita per tutti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Se ciò non avviene, i ragazzi svilupperanno e manifesteranno livelli crescenti di </span><b>rabbia</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>disfunzionalità</b><span style="font-weight: 400;"> nel comportamento, sino ad arrivare a </span><b>comportamenti</b><span style="font-weight: 400;"> francamente </span><b>devianti</b><span style="font-weight: 400;"> e criminali.</span></p>
<p><b>Non accettare</b><span style="font-weight: 400;"> il potenziale di cambiamento portato dagli adolescenti è quindi il </span><b>vero problema</b><span style="font-weight: 400;"> del nucleo familiare: ciò è direttamente connesso al costituirsi di criticità e comportamenti devianti nei ragazzi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È importante perciò che ogni genitore possa </span><b>calibrare bene le proprie scelte</b><span style="font-weight: 400;"> e le </span><b>posizioni</b><span style="font-weight: 400;"> da mantenere nella relazione genitori-figli, di modo da favorire sempre il dialogo e fornire loro un rimando costante di “</span><b>presenza” </b><span style="font-weight: 400;">e di </span><b>supporto</b><span style="font-weight: 400;"> a fronte di qualunque difficoltà si manifesti.</span></p>]]></description>
<category>Adolescenza</category>
<pubDate>Tue, 01 Apr 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>COME FUNZIONA LA TERAPIA EMDR?</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/emdr/come-funziona-la-terapia-emdr.html</link>
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<description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">L’</span><b>EMDR</b><span style="font-weight: 400;"> (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è una tecnica psicoterapeutica ideata dalla Dr.ssa </span><b>Francine Shapiro</b><span style="font-weight: 400;"> nel 1989. Questa metodologia, utile per il trattamento di disturbi causati da eventi stressanti o traumatici come il disturbo da stress post-traumatico, sfrutta i movimenti oculari alternati, o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra, per ristabilire l’equilibrio eccitatorio/inibitorio, permettendo così una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali.</span></p>
<p><b>Disturbo da stress post-traumatico e terapia EMDR</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il </span><b>disturbo da stress post-traumatico (DSPT)</b><span style="font-weight: 400;"> si sviluppa in seguito all’esposizione del soggetto ad un evento traumatico nel quale la persona ha vissuto, ha assistito, o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno implicato morte, o minaccia di morte, gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La risposta della persona comprende </span><b>paura intensa</b><span style="font-weight: 400;"> e sentimenti di </span><b>impotenza</b><span style="font-weight: 400;"> o di </span><b>orrore</b><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Come riportato dal DSM-V (Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) l’</span><b>evento traumatico</b><span style="font-weight: 400;"> viene </span><b>rivissuto</b><span style="font-weight: 400;"> ripetutamente in diversi modi, ed il soggetto mette in atto un </span><b>evitamento</b><span style="font-weight: 400;"> persistente degli stimoli associati con il trauma. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Si verificano inoltre alterazioni negative dell’umore o delle cognizioni ed un’attenuazione della reattività generale, oltre che sintomi di aumentato arousal.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La ricerca ha dimostrato che a seguito di un evento stressante c’è un’</span><b>interruzione del normale modo di processare l’informazione</b><span style="font-weight: 400;"> da parte del cervello. Ciò include il “fallimento” nel creare una </span><b>memoria coerente</b><span style="font-weight: 400;"> dell’esperienza, in quanto tutti gli aspetti di memoria, pensiero, sensazioni fisiche ed emotive dell’evento traumatico non riescono ad essere integrati con altre esperienze. La patologia in questi casi emerge a causa dell’</span><b>immagazzinamento disfunzionale</b><span style="font-weight: 400;"> delle informazioni correlate all’evento traumatico, con il conseguente disturbo dell’equilibrio eccitatorio/inibitorio necessario per l’elaborazione dell’informazione. Questo provoca il </span><b>‘congelamento’</b><span style="font-weight: 400;"> dell’informazione nella sua forma ansiogena originale, nello stesso modo in cui è stato vissuto; l’informazione congelata e racchiusa nelle reti neurali non può essere elaborata e quindi continua a provocare patologie come il disturbo da stress post-traumatico e altri </span><b>disturbi psicologici</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I </span><b>movimenti oculari saccadici</b><span style="font-weight: 400;"> e ritmici tipici della terapia EMDR, concomitanti con l’</span><b>individuazione dell’immagine traumatica</b><span style="font-weight: 400;">, delle </span><b>convinzioni negative</b><span style="font-weight: 400;"> ad essa legate e del disagio emotivo, facilitano la rielaborazione dell’informazione, fino alla risoluzione dei condizionamenti emotivi. In questo modo l’esperienza è usata in modo costruttivo dalla persona ed è integrata in uno schema cognitivo ed emotivo non negativo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La terapia EMDR procede tramite </span><b>catene di associazioni</b><span style="font-weight: 400;">, collegate con stati che condividono gli elementi sensoriali, cognitivi o emotivi del trauma. Il metodo adottato non è di tipo direttivo; l’individuo è incoraggiato a “</span><b>lasciare accadere qualsiasi cosa avvenga limitandosi a notarla</b><span style="font-weight: 400;">” mentre le memorie liberamente associate entrano nella mente tramite l’esposizione immaginativa, in forma di </span><b>brevi flash</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Il </span><b>cambiamento cognitivo</b><span style="font-weight: 400;"> che la terapia EMDR evoca mostra che il soggetto può avere accesso a </span><b>informazioni correttive</b><span style="font-weight: 400;"> e collegarle alla memoria traumatica e ad altre reti di memorie associate. Tutto ciò avviene con piccole, se non nulle, indicazioni da parte del terapeuta. L’integrazione del materiale positivo e negativo che avviene spontaneamente durante il processo di </span><b>desensibilizzazione</b><span style="font-weight: 400;"> dell’EMDR somiglia all’assimilazione in strutture cognitive, così come accade per le visioni del mondo, i valori, le credenze e l’autostima.</span></p>
<p><b>Terapia EMDR con ansia e depressione</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una recente meta-analisi (Chen et al., 2014) si è occupata di indagare gli </span><b>effetti della tecnica EMDR in 26 studi</b><span style="font-weight: 400;">, effettuati tra Gennaio 1993 e Dicembre 2013, che hanno utilizzato l’EMDR per il trattamento del disturbo da stress post-traumatico, in comparazione ad altri tipi di terapie. La meta-analisi ha rilevato un effetto moderato della terapia EMDR per il disturbo da stress post-traumatico, la depressione (spesso in comorbidità con tale disturbo) e l’ansia (sperimentata dai pazienti con DSPT quando devono affrontare lo stress), ed un effetto ampio dell’EMDR sulla percezione soggettiva di distress. Questi risultati suggeriscono che l’EMDR può </span><b>migliorare la consapevolezza</b><span style="font-weight: 400;"> nei pazienti, cambiare le loro </span><b>credenze</b><span style="font-weight: 400;"> e i loro </span><b>comportamenti</b><span style="font-weight: 400;">, ridurre l’</span><b>ansia</b><span style="font-weight: 400;"> e la </span><b>depressione</b><span style="font-weight: 400;">, e condurre a </span><b>emozioni positive</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I pazienti con disturbo da stress post-traumatico non possono gestire appropriatamente le loro esperienze negative e le loro memorie. La terapia EMDR permette ai pazienti di creare </span><b>connessioni adattive</b><span style="font-weight: 400;"> per integrare le esperienze negative con emozioni e pensieri positivi, </span><b>migliorando i sintomi</b><span style="font-weight: 400;"> del disturbo.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le ricerche sinora condotte hanno permesso di individuare varie </span><b>modificazioni delle strutture neurali</b><span style="font-weight: 400;"> che si verificano in seguito alla terapia EMDR e ciò ha permesso di sviluppare diverse teorie sul suo funzionamento, le quali forniscono un supporto ancora maggiore all’utilizzo di tali tecniche, la cui validità è stata più volte valutata e provata in studi di efficacia terapeutica. Ciò nonostante, i processi chiave che sottostanno ai meccanismi dell’EMDR sono complessi, in linea con la struttura del trattamento, che coinvolge componenti di </span><b>mindfulness</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>ristrutturazione cognitiva</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>esposizione</b><span style="font-weight: 400;"> alla memoria, e </span><b>senso di padronanza</b><span style="font-weight: 400;"> personale. Saranno necessarie dunque ulteriori ricerche, che permettano di chiarire sempre meglio i meccanismi di funzionamento, nelle diverse circostanze e considerando l’applicazione a diversi tipi di disturbi, di questa tecnica terapeutica all’avanguardia.</span></p>]]></description>
<category>EMDR</category>
<pubDate>Tue, 01 Apr 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>EMOZIONI PRIMARIE E SECONDARIE: CHE COSA SONO E LA LORO FUNZIONE</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/emozioni/emozioni-primarie-e-secondarie-che-cosa-sono-e-la-loro-funzione.html</link>
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<description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Costantemente nella nostra esperienza proviamo diverse </span><b>emozioni</b><span style="font-weight: 400;">, una vasta gamma, che varia da quelle </span><b>positive</b><span style="font-weight: 400;"> a quelle </span><b>negative</b><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fondamentalmente, che cos’è però un’emozione, di cosa si tratta? </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Proviamo, dunque, a fare un viaggio in questo mondo, esplorando più da vicino queste “sconosciute” che ci accompagnano per tutta la giornata …e in generale nella vita.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">L’</span><b>emozione</b><span style="font-weight: 400;"> consiste in una serie di </span><b>modificazioni</b><span style="font-weight: 400;"> che avvengono nel nostro corpo sia a </span><b>livello fisiologico</b><span style="font-weight: 400;">, (ad esempio alterazioni respiratorie e cardiache), sia di </span><b>pensiero</b><span style="font-weight: 400;">, (ad esempio: “… che paura… ” o “… non c’è speranza…”), sia di </span><b>reazioni comportamentali</b><span style="font-weight: 400;">, come il fuggire o gridare o alterazioni della mimica facciale, che il soggetto utilizza in risposta a un evento.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sicuramente, se domani dovesse esserci una interrogazione da affrontare o un compito scritto, potremmo provare </span><i><span style="font-weight: 400;">ansia</span></i><span style="font-weight: 400;"> o </span><i><span style="font-weight: 400;">paura</span></i><span style="font-weight: 400;">, dovute al fatto di non sapere bene come potrebbe andare, di non aver studiato abbastanza, di non sapere esattamente quali domande saranno affrontate e quali potrebbero essere i risultati ottenuti. In questo caso, si possono avvertire una serie di modificazioni a carico del fisico, come le </span><i><span style="font-weight: 400;">farfalle allo stomaco</span></i><span style="font-weight: 400;">, la </span><i><span style="font-weight: 400;">secchezza delle fauci</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;">mal di testa</span></i><span style="font-weight: 400;">, </span><i><span style="font-weight: 400;">respiro affannoso</span></i><span style="font-weight: 400;"> e così via. Si tratta di indicatori riguardanti lo stato di incertezza che si sta affrontando, perché le aspettative che si hanno sono distanti dalla realtà.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Diversi esperti negli anni hanno studiato le emozioni cercando di definirle e categorizzarle. In particolare, uno psicologo americano di nome </span><b>Ekman</b><span style="font-weight: 400;"> nel 2008 ha eseguito uno studio interessante, grazie al quale ha potuto mettere a fuoco e chiarire alcuni aspetti fondamentali riguardo alle emozioni. Decise quindi di recarsi in un remoto villaggio sulle alture della Papua Nuova Guinea per studiare gli abitanti del posto e verificare se fosse possibile riscontrare anche tra loro le stesse emozioni provate da altri popoli. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Fu proprio seguendo questa tribù che Ekman poté notare come le </span><b>espressioni di base</b><span style="font-weight: 400;"> fossero </span><b>universali</b><span style="font-weight: 400;"> poiché riscontrabili in popolazioni diverse. Decise così di stilare una lista di emozioni divise in primarie e secondarie.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le </span><b>emozioni primarie</b><span style="font-weight: 400;"> sono emozioni innate e sono riscontrabili in qualsiasi popolazione, per questo sono definite come tali, rimandando ad un concetto di universalità. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le </span><b>emozioni secondarie</b><span style="font-weight: 400;">, invece, sono quelle che originano dalla combinazione delle emozioni primarie e si sviluppano con la crescita dell’individuo e con l’interazione sociale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le </span><b>emozioni primarie</b><span style="font-weight: 400;"> o </span><b>di base</b><span style="font-weight: 400;"> sono:</span></p>
<ol>
<li><b>rabbia</b><span style="font-weight: 400;">, generata dalla frustrazione che si può manifestare attraverso l’aggressività;</span></li>
<li><b>paura</b><span style="font-weight: 400;">, emozione dominata dall’istinto che ha come obiettivo la sopravvivenza del soggetto ad una situazione pericolosa;</span></li>
<li><b>tristezza</b><span style="font-weight: 400;">, si origina a seguito di una perdita o da uno scopo non raggiunto;</span></li>
<li><b>gioia</b><span style="font-weight: 400;">, stato d’animo positivo di chi ritiene soddisfatti tutti i propri desideri;</span></li>
<li><b>sorpresa</b><span style="font-weight: 400;">, si origina da un evento inaspettato, seguito da paura o gioia;</span></li>
<li><b>disprezzo</b><span style="font-weight: 400;">, sentimento e atteggiamento di totale mancanza di stima e disdegnato rifiuto verso persone o cose, considerate prive di dignità morale o intellettuale;</span></li>
<li><b>disgusto</b><span style="font-weight: 400;">, risposta repulsiva caratterizzata da un’espressione facciale specifica.</span></li>
</ol>
<p><span style="font-weight: 400;">Tra le </span><b>emozioni secondarie</b><span style="font-weight: 400;"> invece, vi sono:</span></p>
<ol>
<li><b>allegria</b><span style="font-weight: 400;">, sentimento di piena e viva soddisfazione dell’animo;</span></li>
<li><b>invidia</b><span style="font-weight: 400;">, stato emozionale in cui un soggetto sente un forte desiderio di avere ciò che l’altro possiede;</span></li>
<li><b>vergogna</b><span style="font-weight: 400;">, reazione emotiva che si prova in conseguenza alla trasgressione di regole sociali;</span></li>
<li><b>ansia</b><span style="font-weight: 400;">, reazione emotiva dovuta al prefigurarsi di un pericolo ipotetico, futuro e distante;</span></li>
<li><b>rassegnazione</b><span style="font-weight: 400;">, disposizione d’animo di chi accetta pazientemente un dolore, una sfortuna;</span></li>
<li><b>gelosia</b><span style="font-weight: 400;">, stato emotivo che deriva dalla paura di perdere qualcosa che appartiene già al soggetto;</span></li>
<li><b>speranza</b><span style="font-weight: 400;">, tendenza a ritenere che fenomeni o eventi siano gestibili e controllabili e quindi indirizzabili verso esiti sperati come migliori;</span></li>
<li><span style="font-weight: 400;"> </span><b>perdono</b><span style="font-weight: 400;">, sostituzione delle emozioni negative che seguono un’offesa percepita (es. rabbia, paura) con delle emozioni positive (es. empatia, compassione);</span></li>
<li><b>offesa</b><span style="font-weight: 400;">, danno morale che si arreca a una persona con atti o con parole;</span></li>
<li><b>nostalgia</b><span style="font-weight: 400;">, stato di malessere causato da un acuto desiderio di un luogo lontano, di una cosa o di una persona assente o perduta, di una situazione finita che si vorrebbe rivivere;</span></li>
<li><b>rimorso</b><span style="font-weight: 400;">, stato di pena o turbamento psicologico sperimentato da chi ritiene di aver tenuto comportamenti o azioni contrari al proprio codice morale;</span></li>
<li><b>delusione</b><span style="font-weight: 400;">, stato d’animo di tristezza provocato dalla constatazione che le aspettative, le speranze coltivate non hanno riscontro nella realtà.</span></li>
</ol>
<p><span style="font-weight: 400;">In conclusione quindi, le secondarie sono delle emozioni più complesse e hanno bisogno di più elementi esterni o pensieri eterogenei per essere attivate.</span></p>]]></description>
<category>Emozioni</category>
<pubDate>Tue, 01 Apr 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>L' ARTE DELLA FELICITA'</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/emozioni/l-arte-della-felicita.html</link>
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<description><![CDATA[<p>Essere soddisfatti della propria vita è un obiettivo plausibile? Ebbene, la risposta è si!</p>
<p>Scopriamo insieme come è possibile raggiungere ciò che definiamo come “<strong>felicità</strong>”…</p>
<p>Innanzitutto, cosa si intende per felicità?</p>
<p>Si tratta dell’<strong>emozione</strong> temporanea che proviamo quando stiamo bene, ma anche di quella serenità che deriva dal sentirci realizzati o appagati (che è più duratura nel tempo).</p>
<p>Di qualunque cosa si tratti ad ogni modo, la felicità non è qualcosa riservato a”pochi fortunati”, ma piuttosto rappresenta uno stato d’animo che si può e si deve imparare a coltivare…</p>
<p>Felici si diventa. È necessario un po’ di impegno, certo, ma chiunque può farcela.</p>
<p>Vediamo quali sono le <strong>variabili principali</strong> nella costituzione di questa importante emozione…</p>
<ul>
<li><strong>Geni</strong>. Il corredo genetico di ciascuno di noi ha un suo peso. Gli studi hanno dimostrato che l’impatto del Dna sul “grado di felicità” è al massimo del 40%, mentre il resto è dato dalle scelte personali e dall’atteggiamento mentale: ad esempio, decidere a cosa dedicare tempo e attenzione nel corso della giornata influenza notevolmente lo stato d’animo e per modificarlo in senso positivo è quindi necessario dedicarsi a qualcosa che dia piacere. Inoltre, sforzarsi a vedere il “bicchiere mezzo pieno” aiuta a sviluppare maggior ottimismo e fra l’altro è stato dimostrato che ci faccia vivere più a lungo. Perché dunque il cattivo umore e il “crucciarsi” se è così nocivo risulta tanto diffuso? La risposta sta nella nostra evoluzione…siamo infatti evolutivamente portati a ruminare sulle esperienze negative, perché per sopravvivere serve capire ciò che è bene evitare! Vedere tutto quanto “rosa” potrebbe infatti portarci a sottovalutare pericoli o situazioni potenzialmente dannose, dunque ha comunque una sua importanza.</li>
</ul>
<p> </p>
<ul>
<li><strong>Scorciatoie</strong>. Le ricerche provano che solo una persona su tre non si lascia abbattere dalle   difficoltà e continua a vedere i lati positivi della vita. Diventare veri ottimisti non è semplice, ma molti psicologi si sono occupati di studiare quali modalità possano condurre più facilmente verso la felicità. Una di queste è la “scrittura espressiva”, ovvero dedicare quindici minuti al giorno a scrivere emozioni ed esperienze per risolvere meglio i conflitti, migliorare l’umore e sentirsi più soddisfatti. Un effetto simile si ottiene con la cosiddetta “regola del minuto”, ovvero, quando si ha l’impressione di essere sommersi di cose da fare per sentirci subito meglio e non lasciarci sopraffare dall’ansia la cosa migliore è iniziare con ciò che può essere sbrigato in un minuto. Anche un piccolo gesto può contribuire a ribaltare la tonalità emotiva della giornata!</li>
</ul>
<p> </p>
<ul>
<li><strong>Condividere, ma senza social</strong>. Chi crede che per essere felici sia necessario disporre di un partner va smentito…la condivisione della felicità è importante, ma ciò che conta sono le relazioni, di qualsiasi natura esse siano…eh già, le relazioni…in quanto uomini siamo “animali sociali” e non siamo stati cablati per la solitudine. Per cui la nostra spinta, uno fra i nostri istinti più primordiali è rappresentato dalla ricerca della “connessione” con un conspecifico, ovvero in quanto uomini cerchiamo il contatto e la vicinanza sociale ed affettiva, specialmente per condividere le nostre emozioni. La società odierna ci porta però a porci qualche domanda sui mezzi a disposizione per fare tutto ciò…quale valore assumono i social network nella condivisione della felicità? La risposta è a mio avviso “molto scarso”! Già, perché le reti sociali in cui la felicità diventa davvero contagiosa e reale sono quelle delle persone in carne ed ossa…spesso i social network rappresentano più uno strumento per esibire qualcosa di sé anziché per condividerne il valore emotivo.</li>
</ul>
<p> </p>
<ul>
<li><strong>Ricchi? Non serve</strong>. Molti detti fanno riferimento a questo aspetto: “il denaro non fa la felicità”. È vero. Se non mancano le risorse per vivere quel che c’è in più non cambia granché lo stato d’animo: comprare una macchina può dare piacere, ma non modifica il livello generale di felicità. Semmai, bisognerebbe poter comprare tempo…già, il tempo. Quello che nella società odierna spesso ci manca di più di qualsiasi altra cosa. Quante volte ci capita di rispondere a qualche richiesta o a qualche esigenza che avvertiamo con le parole “non ho tempo”? Tante…Il punto è che entrare in contatto con se stessi e capire cosa ci faccia stare bene davvero è importante e non è mai troppo tardi per domandarselo. Ma per riuscire a fare ciò bisogna rallentare, prendersi tempo e spazio per sé. Pochi di noi lo fanno però, anche se questo rappresenta il primo vero passo verso la felicità che tanto cerchiamo.</li>
</ul>
<p>Per concludere, vi lascio con il mio personale pensiero rispetto ad un argomento tanto attuale e interessante. Una vita felice non è una sorta di nirvana in cui tutto “fila liscio”. Gli ostacoli ci sono e servono a spronarci nel mettere in campo tutte le risorse di cui disponiamo. Essere felici significa essere consapevoli ed accettare che esistano delle fasi nella vita di ciascuno più negative: sono proprio queste a far emergere la nostra resilienza e le nostre capacità di “cavarcela”, vivendo pienamente i momenti belli. La felicità più duratura e più vera è proprio quella che si percepisce dopo aver superato le avversità, quando finalmente possiamo dirci “ce l’ho fatta”.</p>
<p> </p>
<p> </p>]]></description>
<category>Emozioni</category>
<pubDate>Mon, 05 Feb 2018 19:04:33 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>MINDFULNESS: CHE COS’E’ E QUALI SONO I BENEFICI PER CHI LA PRATICA?</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/mindfulness/mindfulness-che-cos-e-e-quali-sono-i-benefici-per-chi-la-pratica.html</link>
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<description><![CDATA[<p><b><i>Mindfulness</i></b><span style="font-weight: 400;"> significa portare attenzione al momento presente in modo curioso e non giudicante (Kabat-Zinn, 1994).  </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Mindfulness può essere quindi definita come un processo che coltiva la capacità di portare </span><b>attenzione</b><span style="font-weight: 400;"> al momento presente, </span><b>consapevolezza</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>accettazione</b><span style="font-weight: 400;"> del momento attuale (Hanh, 1987).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli elementi costitutivi della Mindfulness, che emergono dalle definizioni riportate sopra (consapevolezza e attenzione), evidenziano quale sia la </span><b>finalità</b><span style="font-weight: 400;"> della pratica stessa: l’obiettivo è quello di </span><b>eliminare la sofferenza</b><span style="font-weight: 400;"> inutile, coltivando una </span><b>comprensione</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>accettazione</b><span style="font-weight: 400;"> profonda di qualunque cosa accada attraverso un lavoro attivo con i propri </span><b>stati mentali</b><span style="font-weight: 400;">. Secondo la tradizione originaria, la pratica della Mindfulness dovrebbe permettere di passare da uno stato di disequilibrio e sofferenza ad uno di maggiore </span><b>percezione soggettiva di benessere</b><span style="font-weight: 400;">, grazie ad una conoscenza profonda degli stati e dei processi mentali.</span></p>
<p><b>I benefici della pratica…quali e quanti sono?</b><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><b>Paura. </b><span style="font-weight: 400;">Uno studio condotto tramite risonanza magnetica funzionale ha mostrato che, dopo aver praticato un ciclo di Mindfulness per otto settimane di seguito, l’</span><b>amigdala</b><span style="font-weight: 400;"> (l’area del cervello coinvolta nelle reazioni a stimoli spaventosi) tende a rimpicciolirsi. Il che sembrerebbe </span><b>diminuire</b><span style="font-weight: 400;"> i livelli di </span><b>paura</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>ansia</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>disagio</b><span style="font-weight: 400;"> del soggetto che pratica la meditazione.</span></p>
<p><b>Dolore. </b><span style="font-weight: 400;">Chi pratica intensivamente la meditazione riporta di provare meno dolore rispetto ai non meditatori. Uno studio condotto da un’equipe di scienziati del Max Planck Insitute di Leipzig sembra aver confermato quest’ipotesi: le scansioni cerebrali, infatti, hanno evidenziato che i meditatori sembrano essere più in grado di “</span><b>alleviare</b><span style="font-weight: 400;">” gli </span><b>stimoli dolorosi</b><span style="font-weight: 400;"> modificando la connettività delle aree del cervello che li elaborano e li trasmettono.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><span style="font-weight: 400;"><br /></span><b>Persistenza</b><span style="font-weight: 400;">. Uno studio condotto su praticanti “esperti” ha mostrato la persistenza degli </span><b>effetti</b><span style="font-weight: 400;"> di tale pratica sull’</span><b>attività cerebrale</b><span style="font-weight: 400;">: in particolare, anche quando questi non stavano meditando, la loro attività cerebrale era simile a quella di persone attivamente impegnate nella pratica.</span><span style="font-weight: 400;"><br /></span></p>
<p><b>Stress. </b><span style="font-weight: 400;">Un meta-studio (ossia un lavoro che raccoglie ed esamina criticamente tutti gli studi pubblicati su un dato argomento) pubblicato nel 2010 ha confermato che una </span><b>terapia psicologica</b><span style="font-weight: 400;"> basata sulle tecniche di meditazione è utile per controllare e diminuire, con il tempo, i propri </span><b>livelli di stress</b><span style="font-weight: 400;">. Tutto merito, ancora una volta, delle alterazioni nella connettività cerebrale indotte dalla meditazione.</span></p>
<p><b>Memoria di lavoro. </b><span style="font-weight: 400;">La Mindfulness sembra apportare benefici anche alla cosiddetta memoria di lavoro, il sistema per l’</span><b>immagazzinamento temporaneo</b><span style="font-weight: 400;"> e la prima </span><b>gestione delle informazioni</b><span style="font-weight: 400;">. In particolare, uno studio del 2010, condotto su tre gruppi di persone (militari che hanno praticato meditazione, militari che non hanno praticato meditazione e civili che non hanno praticato meditazione) ha mostrato che la pratica è associata a un significativo miglioramento nei risultati dei test che misurano la memoria di lavoro.</span></p>
<p><b>Concentrazione. </b><span style="font-weight: 400;">Gli studi dimostrano che la pratica di tecniche meditative </span><b>migliora</b><span style="font-weight: 400;"> le performance a carico della </span><b>capacità di concentrarsi</b><span style="font-weight: 400;"> su un’attività specifica, ignorando tutti gli stimoli potenzialmente distraenti.</span></p>
<p><b>Reazioni emotive. </b><span style="font-weight: 400;">La meditazione sembra essere associata anche a una </span><b>diminuzione della reattività emotiva</b><span style="font-weight: 400;">: in uno studio condotto nel 2007 un’equipe di scienziati ha mostrato che chi ha praticato la Mindfulness anche solo per un mese reagisce meno negativamente agli stimoli come immagini disturbanti.</span></p>
<p><b>Flessibilità cognitiva. </b><span style="font-weight: 400;">La meditazione rende più creativi: la pratica tende ad affinare la </span><b>capacità di auto-osservazione</b><span style="font-weight: 400;">, che a sua volta rende possibile </span><b>affrontare i problemi</b><span style="font-weight: 400;"> da un altro punto di vista e trovare </span><b>soluzioni</b><span style="font-weight: 400;"> alternative. Non solo: il meccanismo sembra anche essere collegato a </span><b>tempi di recupero</b><span style="font-weight: 400;"> più veloci dopo essere stati esposti a stimoli negativi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><b>Relazioni. </b>Attraverso le pratiche meditative migliorano anche le <b>abilità sociali</b>: uno studio del 2008 ha evidenziato, per l’appunto, che chi pratica la Mindfulness è in grado di <b>comunicare più adeguatamente</b> le proprie emozioni e sensazioni al partner e di ”avvertire” più chiaramente eventuali stimoli negativi. Tali fenomeni nel complesso aumentano la qualità generale delle relazioni.</span></p>]]></description>
<category>Mindfulness</category>
<pubDate>Tue, 01 Apr 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>ANSIA: CHE COS'È REALMENTE E CHE COSA COMPORTA?</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/psicologia/ansia-che-cos-e-realmente-e-che-cosa-comporta.html</link>
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<description><![CDATA[<p>Tutti conoscono l’<strong>ansia</strong> ma non tutti sanno cosa sia realmente e, soprattutto, a che cosa serva. Cerchiamo dunque di fare un po’ di chiarezza su questo punto.</p>
<p>Con il termine <strong><i>ansia </i></strong>si intende una reazione automatica, fisiologica, primitiva, istintiva e naturale da parte del nostro organismo ogni volta che ci troviamo di fronte a qualcosa che interpretiamo come un <strong>pericolo</strong> per la nostra sopravvivenza.</p>
<p>Ad esempio, stiamo camminando per strada e all’improvviso compare un cane di fronte a noi che ringhia minaccioso. In questo caso una parte del nostro cervello registrerà l’evento come un pericolo (“se mi attacca potrei morire”) e attiverà istantaneamente il <strong>sistema nervoso autonomo</strong> (che entra in funzione quando percepiamo una minaccia alla nostra vita), che a sua volta rilascerà adrenalina.<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
<p>L’<strong>adrenalina</strong> è un ormone prodotto dall’organismo che ha lo scopo di preparare il corpo a difendersi con tutte le sue forze dal pericolo imminente.</p>
<p>L’azione dell’adrenalina provoca <strong>cambiamenti fisiologici</strong> automatici e istantanei che danno come risultato anche sensazioni fisiche abbastanza tipiche a cui noi diamo il nome di “ansia”.</p>
<p>Vediamo alcuni esempi:</p>
<table style="height: 893px;" width="606">
<tbody>
<tr>
<td style="width: 293.9375px;"><span style="background-color: #ffff99;">cambiamenti fisiologici provocati dall'adrenalina</span></td>
<td style="width: 296.078125px;"><span style="background-color: #ccffcc;">sensazione fisica corrispondente</span></td>
</tr>
<tr>
<td style="width: 293.9375px;">
<p style="text-align: left;">Il ritmo del respiro aumenta, polmoni e narici si espandono, aumenta la quantità di ossigeno nel sangue per i muscoli</p>
</td>
<td style="width: 296.078125px; text-align: left;">
<p>Respiro affannoso, fame d’aria, accelerazione del respiro, peso al petto, sensazione di “testa leggera”</p>
 </td>
</tr>
<tr>
<td style="width: 293.9375px;"> 
<p>Aumento del ritmo cardiaco e della pressione sanguigna per trasportare velocemente l’ossigeno e il nutrimento richiesto dai muscoli</p>
</td>
<td style="width: 296.078125px;">
<p>Palpitazioni, tachicardia, vampata di calore, formicolio alle estremità e al viso (dove i capillari sono piccoli e dove quindi il sangue viene pompato con forte pressione)</p>
 </td>
</tr>
<tr>
<td style="width: 293.9375px;"> 
<p>Il sangue è dirottato ai muscoli (specialmente alle gambe); di conseguenza vi è meno afflusso agli organi interni e alla faccia<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
</td>
<td style="width: 296.078125px;">
<p>Brividi di freddo, pallore in viso, sensazione di calore</p>
 </td>
</tr>
<tr>
<td style="width: 293.9375px;"> 
<p>I muscoli si tendono per prepararsi allo scatto</p>
</td>
<td style="width: 296.078125px;"> 
<p>Tensione muscolare, difficoltà a stare fermi, tremori fini o a grandi scosse</p>
</td>
</tr>
<tr>
<td style="width: 293.9375px;"> 
<p>Si comincia a sudare per contrastare il surriscaldamento dovuto all’aumentato afflusso di sangue nei muscoli pronti all’attività fisica<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
</td>
<td style="width: 296.078125px;">
<p>Sudorazione abbondante</p>
 </td>
</tr>
<tr>
<td style="width: 293.9375px;"> 
<p>La mente si concentra totalmente sul pericolo, ignorando tutto il resto</p>
</td>
<td style="width: 296.078125px;"> 
<p>Difficoltà di attenzione e concentrazione, difficoltà a memorizzare o ricordare<span class="Apple-converted-space"> </span></p>
</td>
</tr>
<tr>
<td style="width: 293.9375px;"> 
<p>La digestione si ferma, la bocca si fa secca e produce meno saliva; il cibo si ferma nello stomaco</p>
</td>
<td style="width: 296.078125px;">
<p>Nausea o “nodo allo stomaco”, fatica a mangiare, bocca secca, gonfiore all’addome, bisogno di andare in bagno</p>
 </td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p> </p>
<p>La reazione automatica causata dall’adrenalina viene chiamata <strong>“risposta di attacco o fuga”</strong> perché serve appunto a scappare il più velocemente possibile dal pericolo o, nel caso la fuga sia bloccata, a combattere con tutte le forze contro il nemico, cercando di sopraffarlo o di aprire un varco verso la salvezza.</p>
<p>Questo meccanismo si rivela estremamente adatto per <strong>pericoli reali esterni</strong>, per cui è effettivamente utile agire rapidamente e istantaneamente e rappresenta il più primitivo meccanismo di difesa per tutti gli animali, uomo compreso.</p>
<p>Bisogna però tener presente che l’uomo moderno - altamente civilizzato - sempre più raramente si trova di fronte a pericoli esterni che minacciano la sua sopravvivenza fisica: piuttosto si trova dover affrontare difficoltà sul lavoro, problemi sentimentali, scelte difficili per il futuro, per cui non serve effettivamente molto scappare o combattere, anche se tuttora la nostra unica arma contro ciò che viene percepito come un pericolo (pur provenendo da una minaccia avvertita dall’interno).</p>
<p>Essere consapevoli di questi aspetti può aiutarci a riconoscere con più facilità i <strong>sintomi</strong> che talvolta proviamo in alcune circostanze particolari (come ad esempio rapportandosi a qualcuno); inoltre, saper “decifrare” con maggior chiarezza ciò che avviene nel nostro corpo connettendolo ai cambiamenti che avvengono nella mente, può consentirci di chiederci se stiamo vivendo un particolare momento di difficoltà - e di conseguenza risultiamo attivati dal punto di vista ansioso - oppure se l’ansia per noi rappresenta qualcosa che ci accompagna nella quotidianità da lungo tempo.</p>
<p>In entrambi i casi, se siamo in grado di “leggere” meglio i <strong>segnali</strong> che il corpo e la mente ci inviano, potremo valutare di rivolgerci anche ad uno <strong>Psicologo</strong> per intraprendere un percorso atto a migliorare le <strong>risorse personali</strong> necessarie a gestire ogni tipo di difficoltà connessa a questo tipo di sintomi o vissuti.</p>]]></description>
<category>Psicologia</category>
<pubDate>Sat, 03 Nov 2018 14:37:07 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>COME RALLENTARE QUANDO TUTTO E' TROPPO VELOCE!</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/psicologia/come-rallentare-quando-tutto-e-troppo-veloce.html</link>
<guid isPermaLink="true">https://www.orpsicologia.it/psicologo/psicologia/come-rallentare-quando-tutto-e-troppo-veloce.html</guid>
<description><![CDATA[<p>Quanti di noi si lamentano di non avere mai abbastanza tempo a disposizione oppure si preoccupano di quanto il tempo passi troppo velocemente?</p>
<p>Nella società odierna spesso si ha l’impressione di essere di fronte ad una vera e propria “epidemia” di “ammalati dell’accelerazione”; ovvero, il nostro tempo sta diventando sempre più una fonte di stress e ansia per molti. Esiste davvero dunque un disagio legato al tempo? Ebbene si. Il tempo rappresenta una componente fondamentale del contesto in cui viviamo.</p>
<p>Dal momento che il tempo è “parte di noi” e noi di riflesso siamo parte dello stesso, viverlo male presenta delle conseguenze negative sull’equilibrio psicofisico che è bene non sottovalutare. L’accelerazione, la frammentazione e soprattutto la compressione del tempo ci pongono oggi di fronte ad una nuova sfida…rallentare!</p>
<p>Solo così potremo essere nuovamente in grado di vivere la nostra vita con serenità e lucidità. I sintomi tipicamente causati dallo stress di una vita troppo veloce e frenetica sono moltissimi…vediamone alcuni di seguito: - Tensione muscolare - Cefalea - Difficoltà di concentrazione - Stanchezza - Difficoltà a rilassarsi - Disturbi del sonno - Abbassamento del tono dell’umore - Ipertensione - Disturbi a carico del sistema digerente - Tensione emotiva/aggressività/rabbia - Ansia - Confusione mentale/disorientamento/vuoti di memoria - …</p>
<p>Più sintomi accumuliamo fra questi e più il livello di stress sarà elevato…riflettiamo quindi sulla necessità di rallentare!</p>
<p>Ma come si può rallentare se tutto corre intorno a noi e molto probabilmente proprio per questo ci sentiamo in colpa? La prima cosa da sapere è che lo stesso senso di colpa erode e riduce il tempo dedicato a stare bene con noi stessi, facendoci precipitare in una sorta di circolo vizioso da cui risulta difficile uscire.</p>
<p>La strada migliore da percorrere in questo caso é maturare la consapevolezza che lo scorrere del tempo é indipendente dalla nostra volontà e che ognuno di noi per stare bene deve poter disporre di un equilibrio interiore, a livello della propria percezione di sé. In generale, i messaggi che danno forma al senso di colpa sono pensieri negativi su di sé.</p>
<p>Un modo efficace di rimuoverli è quello di sostituire gli stessi con altri pensieri a connotazione positiva. Per esempio: “Mi sento in colpa perché non sono abbastanza veloce” può essere sostituito da “Non sono colpevole se non sono abbastanza veloce”, e così via.</p>
<p>Per concludere, se maturiamo la consapevolezza di avere la necessità di rallentare nella nostra vita, teniamo sempre presente che ognuno di noi ha diritto di vivere il proprio tempo, che fare delle pause ogni tanto rinvigorisce corpo e mente, vivere con troppa fretta può avere gravi conseguenze sulla salute, è possibile modificare i propri obiettivi strada facendo e che quando perdiamo tempo rispetto a qualcosa guadagniamo tempo per noi! La Doc</p>]]></description>
<category>Psicologia</category>
<pubDate>Sat, 11 Aug 2018 15:49:58 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>COSTRUIRE E MANTENERE UNA RELAZIONE DI COPPIA SOLIDA: COME SI PUÒ FARE?</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/psicologia/costruire-e-mantenere-una-relazione-di-coppia-solida-come-si-puo-fare.html</link>
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<description><![CDATA[<p>Ispirandomi  alle interessanti ricerche condotte dai coniugi <strong>Gottman</strong> – ricercatori e <strong>terapeuti di coppia</strong> di fama mondiale - in numerosi anni di lavoro con le coppie, oggi vorrei parlarvi di ciò che occorre ad una relazione sentimentale per poggiare su una “base solida” e mantenersi altrettanto solida nel tempo.</p>
<p>Nella loro celebre teoria denominata “La casa della relazione solida”, hanno rilevato sette elementi  (pensabili come sette piani di una casa) necessari al funzionamento di una relazione di coppia, ai quali se ne aggiungono due ulteriori, considerati dagli autori come ciò che non può mancare alla base degli altri sette.</p>
<p>Nove elementi in totale dunque…scopriamo quali sono…</p>
<p><strong>Costruire le mappe dell’amore</strong>: al piano terra di questa casa vi è la necessità di conoscere il mondo interiore del proprio partner. Esso è fatto di valori, bisogni, esperienze passate, priorità, ecc…conoscendo tutto ciò saremo in grado di comprendere maggiormente il pensiero e gli atteggiamenti del partner.</p>
<p><strong>Condividere affetto e ammirazione</strong>: non basta provare amore l’uno/a per l’altra/o, è importante esprimerlo e farlo spesso! (sia verbalmente sia fisicamente)</p>
<p><strong>Avvicinarsi anziché allontanarsi</strong>: ricercare il contatto dell’altro/a e riconoscere i suoi tentativi di connessione a noi…non sempre è semplice, ma ci si può “allenare” cercando di cogliere i piccoli gesti effettuati dal partner all’interno della relazione.</p>
<p><strong>Prospettiva positiva</strong>: questo aspetto si riferisce al sentimento reciproco grazie al quale nella coppia i sentimenti positivi hanno la meglio su quelli negativi di fronte ad un’occasionale cattivo comportamento del partner. Ad esempio, se un marito risponde malamente alla moglie appena la coppia si sveglia, una moglie con prospettiva positiva potrebbe pensare che ciò derivi dall’aver dormito male quella notte.</p>
<p><strong>Saper gestire i conflitti</strong>: questa abilità presenta diversi aspetti, vediamoli in dettaglio…</p>
<p style="padding-left: 30px;"><strong>Modo in cui si dà voce ad una lamentela</strong>. Partire dalla descrizione di un proprio stato d’animo anziché da un tratto negativo dell’altro, aiuta a trovare un punto d’incontro. Ad esempio, anziché dire “sei così pigro ed irresponsabile…non hai ancora pagato le bollette!”, si potrebbe raggiungere un risultato migliore dicendo “sono un po’ preoccupata perché le bollette sono ancora tutte da pagare”.<br /><strong>Dare spazio alle proposte del partner</strong>. Specialmente se si è alla ricerca di un compromesso!<br /><strong>Riparare/disinnescare una lite</strong>. Se ci si accorge che una discussione stia prendendo “una brutta piega”…tentare di rimediare…in generale, prima lo si fa e meglio è.<br /><strong>Usare l’autorilassamento</strong>. Avere la capacità di “auto-calmarsi” prima che l’attivazione fisiologica comporti una degenerazione della conversazione (ad esempio all’interno di una discussione).<br /><strong>Andare oltre</strong>. Significa avere la capacità di superare un evento spiacevole o una lite.</p>
<p><strong>Realizzare i sogni della propria vita</strong>: ognuno di noi ha i propri desideri e aspirazioni…avere una relazione di coppia non significa metterli da parte, anzi. Quando una coppia “funziona” davvero il partner non solo rispetta i sogni dell’altro/a, ma fornisce il suo supporto per la loro realizzazione!</p>
<p><strong>Creare significati condivisi</strong>: le esperienze di vita imprimono in ciascuno di noi una serie di valori e credenze; non è essenziale che i due partner nella coppia li condividano tutti, ma è importante avere la possibilità di parlarne.</p>
<p><br />Questi sono dunque i sette “piani” necessari per costruire una relazione salda…affinché un rapporto di coppia si mantenga come tale nel tempo però, devono essere presenti anche altri due elementi: <strong>fiducia</strong> e <strong>impegno</strong>.<br />Per fiducia si intende la consapevolezza reciproca dei partner che l’altro/a è al suo fianco e vi resterà, mentre l’impegno si riferisce alla lealtà del partner e alla promessa reciproca di prendersi cura l’uno dell’altra.</p>]]></description>
<category>Psicologia</category>
<pubDate>Thu, 18 Jan 2018 14:16:47 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>GESTIRE I CONFLITTI...COMUNICANDO EFFICACEMENTE!</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/psicologia/gestire-i-conflitti-comunicando-efficacemente.html</link>
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<description><![CDATA[<p>Che cos’è un conflitto? A che cosa serve? Quali ne sono le cause? Ma soprattutto, perché è così difficile arginarlo?</p>
<p>Il <strong>conflitto</strong> può assumere diverse forme: può rappresentare una relazione bloccata, un disaccordo su una questione specifica, o ancora un processo di tipo “distruttivo”…</p>
<p>Rispetto al suo scopo si può dire che attraverso un conflitto si possa risolvere una situazione critica, oppure ci si possa confrontare/affermare, oppure negoziare una qualche condizione, ecc…</p>
<p>Le cause dell’origine dei conflitti che viviamo nella nostra quotidianità possono essere le più diverse: una cattiva comunicazione, interessi divergenti, punti di vista diversi, personalità differenti, o persino qualche incompatibilità fra le parti in causa.</p>
<p>La ragione per cui spesso è così difficile “uscire” da situazioni conflittuali sta nel fatto che di solito i conflitti stessi si generano molto in fretta, all’improvviso, tendono ad auto-alimentarsi e per lo più ci colgono impreparati ad affrontarli.</p>
<p>La <strong>comunicazione non violenta (CNV)</strong> rappresenta un modo di pensare e parlare che mira alla comprensione e al rispetto reciproco nelle relazioni. Comunicare in modo “non violento” significa accostarsi all’altro facendo attenzione all’aggressività che manifestiamo, molto spesso in maniera automatica e poco consapevole.</p>
<p>Quando si cerca di vivere e di applicare questo “modo di essere” nelle relazioni, non ci si preoccupa solo di ciò che deve essere fatto, ma anche del vissuto di ognuno. Ciò permette di rimanere in contatto con gli altri stimolando una fiducia reciproca.</p>
<p>Imparando a comunicare nel modo giusto si sviluppa la consapevolezza che non si vince se si vince da soli o a scapito di qualcuno. Ciò fa si che la qualità delle nostre relazioni cresca immancabilmente…</p>
<p>Inoltre, non è mai troppo tardi nella vita per apportare un cambiamento nelle nostre modalità: la cosa fondamentale è procedere a piccoli passi.</p>
<p>Vediamo in concreto cosa significa comunicare in modo non violento e dunque mettendo da parte l’aggressività: in parole semplici vuol dire puntare a migliorare la qualità delle relazioni. Per fare ciò però, occorre seguire quattro “regole”:</p>
<ol>
<li><strong>Osservare i fatti</strong> -&gt; cercando di non aggiungere giudizi o critiche…spesso il nostro pensiero non è lo stesso del nostro interlocutore, anche se noi lo diamo quasi per scontato. Limitarsi ad osservare i fatti apre al dialogo. Attenzione inoltre al linguaggio non-verbale (ovvero alla mimica, alla postura, ecc) che rimandiamo di noi!</li>
<li><strong>Esprimere le proprie emozioni</strong> -&gt; essere consapevoli dei propri vissuti e poterli esprimere di conseguenza (anziché esserne sopraffatti) è molto utile, in quanto le emozioni e le sensazioni che sperimentiamo vanno intese come dei “segnali” atti ad indicare qualcosa che sta accadendo in noi (e che nei conflitti spesso non risulta appagato).</li>
<li><strong>Esprimere i propri bisogni</strong> -&gt; le emozioni sono inoltre veicolo di espressione dei bisogni che ciascuno ha. Di solito se proviamo un’emozione positiva (come gioia, felicità, ecc) significa che un nostro bisogno risulta appagato; al contrario se siamo tristi, arrabbiati o spaventati è molto probabile che uno dei nostri bisogni sia risultato non soddisfatto (e dunque le emozioni più spiacevoli ce lo segnalano).</li>
<li><strong>Formulare richieste</strong> -&gt; se il bisogno non appagato all’interno del conflitto in causa ci risulta ora più chiaro e tangibile, alla luce di questo potremo formulare meglio una richiesta mirata all’altro. La richiesta formulata è molto importante, perché rappresenta l’inizio del cambiamento e della risoluzione del conflitto stesso. Esprimere una richiesta significa prendere in mano la propria vita! </li>
</ol>
<p>Inoltre, per riuscire a gestire al meglio i conflitti che si innescano nella nostra quotidianità, vanno tenute a mente altre due questioni importanti. Vediamo in dettaglio di cosa si tratta…</p>
<ul>
<li><strong>Empatia</strong>. Si sente spesso utilizzare questo termine, ma siamo sicuri di conoscere il suo significato? <i>Empatheia </i>in greco significa “sentire dentro di sé”, oppure “percepire l’esperienza soggettiva dell’altro”. Nella gestione dei conflitti entrambi questi aspetti risultano molto importanti, in quanto l’attenzione che prestiamo a noi stessi ci calma e ci consente di accogliere più facilmente l’altro. Soffermiamoci dunque spesso a chiederci “come mi sento?”, oppure “che cosa vorrei da questa situazione?”; nello stesso tempo però se vogliamo imparare a gestire i conflitti che viviamo non dobbiamo dimenticare che l’altro esiste, dunque è importante metterci nelle condizioni di ascoltarlo, accogliere il suo punto di vista, le sue emozioni e i suoi bisogni. Se riusciremo a fare tutto ciò, scopriremo che di sicuro che l’altro abbasserà le sue difese, aprendosi nuovamente al dialogo in modo costruttivo.</li>
<li><strong>Assertività</strong>. Altra parola e concetto al centro di tante riflessioni nella realtà odierna. Ma essere assertivi cosa vuol dire concretamente? In sintesi significa affermare se stessi senza prevaricare l’altro. Se immaginiamo un continuum dove un estremo è dato dalla passività e l’altro dall’aggressività, l’assertività si colloca esattamente nel mezzo. Ciò comporta il sapersi esprimere, affermando i propri bisogni e le proprie emozioni senza giudizi, rimproveri o aggressività. Già, perché se vogliamo davvero comprenderci è fondamentale imparare a sostenere il nostro punto di vista con gli altri, anziché lanciare loro delle accuse.</li>
</ul>
<p>    Questo include anche la capacità di dire di no e porre dei limiti, sempre nel rispetto dell’altro. Inoltre, se impariamo a dire “no” senza esserne disturbati o sentirci in colpa, lavoriamo su di noi accrescendo la nostra autostima e il potere personale.</p>]]></description>
<category>Psicologia</category>
<pubDate>Sat, 10 Mar 2018 14:17:57 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>SISTEMA FAMILIARE: LIMITI E CONFINI</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/psicologia/sistema-familiare-limiti-e-confini.html</link>
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<description><![CDATA[<p>Il ciclo che caratterizza ogni sistema familiare è scandibile in diverse fasi, dalla formazione della coppia alla definizione del suo legame, seguito dalla nascita dei figli, la loro crescita e la loro indipendenza, fino alla formazione di una nuova coppia e così via…</p>
<p>Quello che accade spesso e che non di rado crea difficoltà nelle coppie dopo la loro unione é la difficoltà a stabilire con chiarezza i limiti e i confini all’interno delle relazioni con le rispettive famiglie di origine. Si crea quindi una condizione sperimentata nel rapporto con il partner/coniuge detta “matrimonio verticale”, in cui la relazione primaria alla quale viene fatto riferimento come “più importante” resta quella con uno o entrambi i genitori, o con un fratello/sorella.</p>
<p>Ciò comporta inevitabilmente la creazione di grossi squilibri all’interno della coppia stessa, in cui spesso è uno dei due coniugi/partner a farne maggiormente le spese a discapito dell’altro. Le ricerche hanno dimostrato che di solito questa condizione sussiste particolarmente con la nascita del primo figlio, momento in cui l’equilibrio della coppia risulta essere maggiormente “messo in crisi”; oltre a dover stabilire a quale famiglia “apparterrà” la prole, i neo genitori spesso si trovano nella condizione di dover scegliere a quali modelli fare riferimento rispetto alla crescita e all’educazione dei figli.</p>
<p>È proprio in questa fase che la giovane coppia dovrebbe creare e difendere chiari confini e limiti con le rispettive famiglie di origine, privilegiando il legame interno alla coppia, ma purtroppo questo non sempre é possibile a causa di dinamiche relazionali complesse e difficili con i rispettivi sistemi familiari di origine.</p>
<p>Che cosa è possibile fare dunque in questi casi? Ovviamente ogni situazione è unica e così ogni individuo o sistema familiare, tuttavia è possibile cercare di attenersi ad alcune “regole” di base per prevenire il più possibile situazioni critiche…</p>
<p>1) Accettare i consigli, ma pensare sempre in autonomia: sicuramente chi si è già trovato in una situazione analoga potrebbe darci degli spunti utili, ma questi non devono necessariamente tradursi nell’unica via da percorrere. È importante trovare e cercare di mantenere una propria dimensione in qualità di genitori e di coppia.</p>
<p>2) Non mettere in secondo piano le proprie esigenze e quelle del partner: che con l’arrivo di un figlio la propria vita cambi é un dato di fatto, ma “annullare” noi stessi e/o il ruolo del partner nella coppia può essere molto rischioso, creando complicanze ulteriori. Attenzione dunque!</p>
<p>3) Porre in modo esplicito confini chiari e definiti per il proprio nucleo familiare: quanto più riusciremo ad essere chiari rispetto alle regole vigenti nella/per la coppia e la nuova famiglia creatasi con i membri delle rispettive famiglie di origine, tanto più eviteremo di trovarci in situazioni spiacevoli con la sensazione di essere “divisi fra due fuochi”.</p>
<p>Infine è bene tenere sempre presente che la creazione di un sistema familiare è un vero e proprio processo, fatto di inevitabili criticità e momenti difficili a causa dei molti cambiamenti e mutamenti negli equilibri che ci si trova ad affrontare, ma anche di numerose gioie ed emozioni per gli obiettivi di vita via via raggiunti da ogni suo membro e per la bellezza che vivere tutto ciò in prima persona rappresenta.</p>]]></description>
<category>Psicologia</category>
<pubDate>Mon, 16 Apr 2018 16:02:07 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>STILI DI ATTACCAMENTO E SODDISFAZIONE NEL RAPPORTO DI COPPIA</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/psicologia/stili-di-attaccamento-e-soddisfazione-nel-rapporto-di-coppia.html</link>
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<description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Il nostro </span><b>stile di attaccamento</b><span style="font-weight: 400;"> interessa ed influenza molteplici aspetti della nostra vita: questo riguarda anche la selezione del nostro </span><b>partner</b><span style="font-weight: 400;"> e a quanto ci riteniamo soddisfatti all’interno della nostra </span><b>relazione di coppia</b><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per questo motivo riconoscere il nostro modello di attaccamento può aiutarci a comprendere i nostri </span><b>punti di forza</b><span style="font-weight: 400;"> ed eventuali </span><b>vulnerabilità</b><span style="font-weight: 400;"> in una relazione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I </span><b>modelli di attaccamento</b><span style="font-weight: 400;"> si formano nella </span><b>prima infanzia</b><span style="font-weight: 400;"> e continuano a funzionare come modello operativo per le relazioni in età adulta.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"> Bowlby ha concettualizzato la </span><b>teoria dell’attaccamento</b><span style="font-weight: 400;"> (1973) come un sistema psico-evolutivo che guida il comportamento sociale “dalla culla alla tomba” (Bowlby 1979, p. 129), il cui scopo e’ quello di mantenere un livello ottimale e funzionale di </span><b>prossimità</b><span style="font-weight: 400;"> con l’ altro significativo e soddisfare i propri </span><b>bisogni primari</b><span style="font-weight: 400;">. Da queste prime interazioni, ciascun individuo sviluppa uno schema (o set di risposte) chiamato </span><b>modello operativo interno (M.O.I.)</b><span style="font-weight: 400;">, con cui interagisce con il mondo (gli altri).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questo modello contiene anche le diverse </span><b>strategie di coping</b><span style="font-weight: 400;"> e i diversi stili di </span><b>regolazione emotiva</b><span style="font-weight: 400;"> propri di ciascun individuo, e regola le aspettative che abbiamo nei confronti degli altri, arrivando ad influenzare anche le conoscenze e le future relazioni.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Di conseguenza, l’attività e l’importanza del sistema di attaccamento non sono limitate all’infanzia. Fino ad oggi, gran parte della ricerca empirica suggerisce che l’</span><b>attaccamento esercita un ruolo notevolmente importante nei rapporti tra adulti</b><span style="font-weight: 400;">, in particolare nei rapporti romantici e coniugali. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La maggior parte degli studi condotti finora ha inoltre dimostrato che esiste una </span><b>correlazione significativa</b><span style="font-weight: 400;"> e positiva tra lo </span><b>stile di attaccamento di tipo sicuro e la soddisfazione coniugale</b><span style="font-weight: 400;">, e una correlazione significativa e negativa tra gli stili di attaccamento insicuro e la soddisfazione coniugale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Diverse ricerche hanno dimostrato che quando esiste un </span><b>modello di attaccamento sicuro</b><span style="font-weight: 400;">, la persona si percepisce </span><b>affidabile</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>autosufficiente</b><span style="font-weight: 400;">, e diventa in grado di interagire facilmente con gli altri, riuscendo a soddisfare sia le proprie esigenze e i propri bisogni sia quelli dell’altro. Viceversa, quando è presente un </span><b>stile di attaccamento ansioso o evitante</b><span style="font-weight: 400;">, la persona tenderà a cercare un partner che si adatterà perfettamente a quel tipo di </span><b>modello maladattivo</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><b>In che modo lo stile di attaccamento influenza le nostre relazioni sentimentali?</b></p>
<p><b>Attaccamento sicuro</b><span style="font-weight: 400;"> – Gli adulti con attaccamento sicuro tendono ad essere più soddisfatti nei loro rapporti. Il bambino che sviluppa un attaccamento di questo tipo vede il </span><i><span style="font-weight: 400;">caregiver</span></i><span style="font-weight: 400;"> (colui/lei che si prende cura di lui/lei) come una base sicura da cui può allontanarsi per avventurarsi ed esplorare autonomamente il mondo. Quando diventerà un adulto,  tenderà ad instaurare un rapporto simile con il proprio partner, sentendosi sicuro, e non limitato nelle esplorazioni. La persona svilupperà quindi un legame basato sulla fiducia reciproca e considererà il partner come degno d’amore e se stesso come degno di essere amato.</span></p>
<p><b>Attaccamento ambivalente/ansioso</b><span style="font-weight: 400;"> – A differenza delle coppie sicure, gli individui con stile di attaccamento ansioso tendono ad instaurare legami caratterizzati da continue idealizzazioni. Da bambini, hanno sperimentato un legame di attaccamento con una madre “imprevedibile”, che li ha portati a sviluppare modelli operativi interni di sé ambivalenti, arrivandosi a percepire a volte come individui degni d’amore e di rispetto, a volte invece, come deboli e indegni di ricevere amore. All’interno della relazione amorosa, questi individui diventano esigenti e possessivi quando percepiscono incertezza, quando quindi sono i MOI negativi a prevalere, mentre esprimerà sentimenti di amore e rispetto e penserà di essere amato, quando prevarranno invece Modelli operativi positivi di sé e dell’altro.</span></p>
<p><b>Attaccamento evitante</b><span style="font-weight: 400;"> – Le persone con uno stile di attaccamento evitante hanno la tendenza a distanziarsi emotivamente dal loro partner. Possono cercare spesso l’isolamento e sentirsi “pseudo-indipendenti”. Dall’esterno, spesso appaiono come troppo concentrati su se stessi e sulla propria realizzazione personale, mai emotivamente coinvolti del tutto nella relazione col partner. Da bambini questi individui hanno fatto esperienza di una madre che non dà sicurezza affettiva, percepita come fredda, rifiutante, mai disponibile a soddisfare I bisogni d’amore o di conforto. Questi individui nel corso della loro infanzia hanno sviluppato un modello operativo interno che li definisce come non degni d’amore e diffidenti verso il mondo esterno, percepito come cattivo, inaffidabile. L’adulto evitante quindi, per paura di un eccessivo coinvolgimento nella relazione e di una eventuale sofferenza, adotterà una posizione estremamente difensiva e distaccata.</span></p>
<p><b>In che modo le esperienze di un individuo nell’infanzia influenzano la soddisfazione coniugale?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La </span><b>soddisfazione coniugale</b><span style="font-weight: 400;"> può essere considerata come costituita da diversi fattori, tra cui la condivisione di </span><b>interessi reciproci</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>valori reciproci</b><span style="font-weight: 400;">, la </span><b>soddisfazione sessuale</b><span style="font-weight: 400;"> e gli </span><b>stili di comunicazione</b><span style="font-weight: 400;"> (ad esempio, Fowers &amp; Olson, 1989; Gottman, 1999). Essa può essere inoltre vista come il </span><b>piacere</b><span style="font-weight: 400;"> derivato dall’essere consapevoli di una </span><b>situazione confortevole</b><span style="font-weight: 400;">, di solito legata alla soddisfazione di specifici desideri condivisi dalla coppia. Sembra chiaro che il senso di sicurezza che si avverte ogniqualvolta siamo in una relazione amorosa, sia un elemento chiave per poter parlare di soddisfazione del rapporto.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una delle funzioni più basilari delle relazioni significative infatti, è quello di fornire un </span><b>senso di stabilità</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>protezione</b><span style="font-weight: 400;"> e di </span><b>sicurezza</b><span style="font-weight: 400;"> in un mondo che è così mutevole e minaccioso (Mikulincer, Florian, &amp; Hirschberger, 2003).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Sembra inoltre, che la </span><b>sicurezza nel legame di attaccamento</b><span style="font-weight: 400;"> sia una </span><b>risorsa psicologica</b><span style="font-weight: 400;"> che consente agli individui di affrontare con maggiore successo le </span><b>sfide della vita</b><span style="font-weight: 400;"> quotidiana e di quella coniugale e che coloro che godono di un forte senso di sicurezza di attaccamento abbiano anche matrimoni/rapporti di coppia più duraturi e più soddisfacenti (Shiota &amp; Levenson, 2007)</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Le ricerche che condividono le stesse premesse teoriche, hanno rivelato che, rispetto agli adulti con stile di attaccamento insicuro, gli individui caratterizzati da attaccamento sicuro possiedono credenze più positive e ottimiste sull’amore romantico e credono che quest’ultimo possa durare nel tempo (Hazan &amp; Shaver, 1987). Inoltre è stato osservato che le persone con questo stile di attaccamento  presentano aspettative sulla relazione più positive (Collins, 1996, Collins &amp; Read, 1990), e godono di una maggiore soddisfazione coniugale (ad esempio, Brennan &amp; Shaver, 1995, Collins &amp; Read, 1990, Feeney, 1994, Feeney, Noller e Callan , 1994; Fuller &amp; Fincham, 1995).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Altre ricerche hanno dimostrato che anche lo </span><b>stile di vita</b><span style="font-weight: 400;"> è un fattore importante, capace di influenzare il livello di soddisfazione coniugale (Banse,2004) Di conseguenza, le coppie che si ritenevano soddisfatte del loro legame, adottavano uno stile di vita basato sulla cooperazione e sugli obiettivi condivisi. Quindi, sperimentavano una maggiore soddisfazione coniugale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Shi Lin (2003) ha condotto una ricerca in cui veniva presa in esame la correlazione tra lo stile di attaccamento nell’adulto e la risoluzione dei conflitti all’interno della coppia. I risultati hanno mostrato che coloro i quali erano stati classificati come “sicuri” erano più propensi alla risoluzione di conflitti arrivando a compromessi, mettendo da parte sentimenti di sfiducia o paura.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I partner con uno stile di attaccamento sicuro mettono impegno per raggiungere soddisfacenti livelli di comunicazione verbale (Collins &amp; Read, 1990), reciproca discussione e comprensione (Feeney, Noller, &amp; Callan, 1994) e sono meno inclini all’utilizzo di aggressività verbale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In conclusione possiamo affermare che le </span><b>esperienze precoci</b><span style="font-weight: 400;"> di vita e lo </span><b>stile di attaccamento</b><span style="font-weight: 400;"> giocano un </span><b>ruolo importante</b><span style="font-weight: 400;"> nella formazione e nel mantenimento di </span><b>relazioni</b><span style="font-weight: 400;"> significative oltre che influire sulla scelta del </span><b>partner</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>]]></description>
<category>Psicologia</category>
<pubDate>Tue, 01 Apr 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>PUO' LA PSICOTERAPIA MODIFICARE IL CERVELLO?</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/psicoterapia/puo-la-psicoterapia-modificare-il-cervello.html</link>
<guid isPermaLink="true">https://www.orpsicologia.it/psicologo/psicoterapia/puo-la-psicoterapia-modificare-il-cervello.html</guid>
<description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Recentemente, molti neuroscienziati – tra cui Kandel – hanno sostenuto che la </span><b>psicoterapia</b><span style="font-weight: 400;"> non è solo un efficace trattamento psicologico, in grado di indurre dei significativi cambiamenti nella sfera psichica dei soggetti affetti da un disturbo, mutamenti negli atteggiamenti, nelle abitudini e nel comportamento, ma è anche in grado di produrre un’alterazione dell’espressione dei geni che producono </span><b>mutamenti strutturali nel cervello</b><span style="font-weight: 400;"> e - più precisamente - cambiamenti nell’attività funzionale di alcune aree cerebrali (Kandel 1998, 1999; Siegel 1999).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Questi studi sperimentali, condotti per lo più negli ultimi decenni con differenti gruppi di pazienti psichiatrici – come soggetti affetti da disturbo ossessivo-compulsivo o disturbo depressivo, ecc. –, si sono avvalsi dell’uso delle moderne tecniche di visualizzazione in vivo del  cervello, come la </span><b>tomografia a emissione di positroni (PET) </b><span style="font-weight: 400;">e la </span><b>risonanza magnetica funzionale (fRMI)</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Accanto a questi studi, sono state condotte delle ricerche che hanno esplorato inoltre i cambiamenti indotti dalla psicoterapia in alcuni </span><b>parametri biologici</b><span style="font-weight: 400;">, nei soggetti affetti da uno specifico disturbo psichico (Paquette-Lévesque-Mensour </span><i><span style="font-weight: 400;">et al.</span></i><span style="font-weight: 400;"> 2003; Berti-Ceroni 2003).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I risultati forniti da questi primi gruppi di ricerche, permettono di avanzare alcune importanti conclusioni teoriche, nell’attesa che nuovi studi sperimentali confermino i dati disponibili.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un primo importante dato emerso è che la </span><b>psicoterapia</b><span style="font-weight: 400;"> apporta dei </span><b>significativi cambiamenti nell’attività funzionale del cervello</b><span style="font-weight: 400;"> dei soggetti affetti da disturbi psichici e che tali cambiamenti cerebrali si correlano al </span><b>miglioramento clinico</b><span style="font-weight: 400;"> di questi soggetti, per cui solo nei soggetti in cui alla fine di un periodo di trattamento psicologico si osserva una significativa riduzione dei sintomi clinici è rinvenibile un cambiamento significativo dell’attività funzionale del cervello (Wykes-Brammer-Mellers </span><i><span style="font-weight: 400;">et al.</span></i><span style="font-weight: 400;"> 2002). </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un secondo dato - di non minore importanza - è che la </span><b>psicoterapia</b><span style="font-weight: 400;"> induce un </span><b>cambiamento nell’attività funzionale di specifiche aree cerebrali</b><span style="font-weight: 400;">, ossia induce un cambiamento nell’attività di quelle aree corticali e/o sottocorticali il cui funzionamento anormale sostiene i </span><b>sintomi clinici</b><span style="font-weight: 400;"> che caratterizzano una specifica patologia psichica (Kandel 1999).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Negli studi in cui si sono confrontati i </span><b>cambiamenti neurobiologici</b><span style="font-weight: 400;"> indotti da un </span><b>trattamento psicologico</b><span style="font-weight: 400;"> e quelli prodotti da una </span><b>terapia farmacologia</b><span style="font-weight: 400;"> è emerso, infine, che la psicoterapia e il farmaco sono </span><b>entrambi efficaci</b><span style="font-weight: 400;"> nella cura delle diverse patologie psichiche indagate, ossia sono entrambe in grado di indurre un significativo miglioramento clinico nei soggetti in questione, e che tali modalità di trattamento agiscono entrambe a livello cerebrale, </span><b>modificando l’attività neuronale</b><span style="font-weight: 400;"> delle </span><b>stesse aree del cervello</b><span style="font-weight: 400;"> e, a livello neurobiologico, inducendo un uguale cambiamento di alcuni parametri biologici come determinati fattori neuroendocrini (Baxter, Schwartz </span><i><span style="font-weight: 400;">et al</span></i><span style="font-weight: 400;">. 1992).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Una buona spiegazione dell’influenza della psicoterapia sulla struttura cerebrale, viene fornita da LeDoux, il quale ha proposto che la pratica psicoterapica non fosse altro che un modo di </span><i><span style="font-weight: 400;">rewire the brain</span></i><span style="font-weight: 400;">, ossia di riorganizzare l’assetto delle connessioni: </span><b>la terapia</b><span style="font-weight: 400;">, dunque, produrrebbe un </span><b>potenziamento sinaptico</b><span style="font-weight: 400;"> nelle connessioni che governano l’amigdala (responsabile del processamento delle emozioni) potenziando così la funzione inibente, di controllo, da parte della corteccia sull’amigdala stessa (LeDoux 1994).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tuttavia, la connessione tra l’amigdala e la neocorteccia non è simmetrica, per cui l’amigdala proietta all’indietro sulla neo-corteccia molto più fortemente di quanto lo faccia la neo-corteccia sull’amigdala.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Pertanto, la capacità di quest’ultima di controllare la neo-corteccia è maggiore rispetto a quella della neo-corteccia su di essa.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ciò potrebbe spiegare anche perché è </span><b>difficile</b> <b>“spegnere” le emozioni</b><span style="font-weight: 400;"> una volta che sono entrate in gioco.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Per di più, poi, le emozioni rilasciano nel corpo ormoni e altre sostanze a lunga durata, che tornano al cervello e tendono a bloccarlo in quello stato: a questo punto è molto difficile per la neo-corteccia trovare una via d’accesso all’amigdala e spegnerla. Probabilmente, è per questo che la terapia è un processo così lungo e difficile.</span></p>
<p><b>Le esperienze</b><span style="font-weight: 400;"> lasciano segni duraturi su di noi, in quanto sono immagazzinate come memorie all’interno dei circuiti sinaptici e, dal momento che la terapia stessa rappresenta un’esperienza di apprendimento, essa implica anche dei cambiamenti nelle connessioni sinaptiche.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Dunque, circuiti cerebrali ed esperienze psicologiche non sono cose distinte, ma due diverse modalità per descrivere la medesima cosa.</span></p>
<p><b>La psicoterapia è</b><span style="font-weight: 400;">, dunque, essenzialmente </span><b>un processo di apprendimento</b><span style="font-weight: 400;"> per chi vi si sottopone e come tale un modo di cambiare l’assetto delle connessioni cerebrali: è, in tal senso, che la psicoterapia usa meccanismi biologici per curare i disturbi psichici.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Essa rappresenta quindi un processo trasformativo, in quanto situazione di </span><b>apprendimento relazionale</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli studi condotti per controllare empiricamente gli effetti delle diverse forme di psicoterapia attraverso le contemporanee </span><b>tecniche di imaging funzionale,</b><span style="font-weight: 400;"> hanno dimostrato che l’attività funzionale del cervello è di fatto modificata dalla psicoterapia: ciò indica come i cambiamenti specifici siano correlati con i risultati terapeutici ed è stato possibile localizzare tali mutamenti nei </span><b>lobi prefrontali</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>]]></description>
<category>Psicoterapia</category>
<pubDate>Tue, 01 Apr 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>TRAUMI INFANTILI E PSICOPATOLOGIA</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/psicologo/trauma-psicologico/traumi-infantili-e-psicopatologia.html</link>
<guid isPermaLink="true">https://www.orpsicologia.it/psicologo/trauma-psicologico/traumi-infantili-e-psicopatologia.html</guid>
<description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Uno studio pubblicato sull’</span><b>American Journal of Psychiatry</b><span style="font-weight: 400;"> ha osservato un minore spessore della </span><b>guaina mielinica</b><span style="font-weight: 400;"> nei tessuti cerebrali di </span><b>persone depresse morte suicide</b><span style="font-weight: 400;"> che nell’infanzia sono state </span><b>vittime di abusi</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Gli abusi subiti in età infantile, di tipo emotivo, casi di </span><i><span style="font-weight: 400;">neglect</span></i><span style="font-weight: 400;"> (grave trascuratezza) o di vere e proprie violenze sessuali, hanno </span><b>profonde ripercussioni</b><span style="font-weight: 400;"> a livello psicopatologico. </span></p>
<p><b>Disturbi di personalità</b><span style="font-weight: 400;">, stati ansiosi come il </span><b>disturbo da stress post-traumatico (DPTS)</b><span style="font-weight: 400;"> e gravi </span><b>stati dissociativi</b><span style="font-weight: 400;"> rappresentano conseguenze finora un po’ trascurate, ma il problema va affrontato: statistiche a livello mondiale riportano che un bambino su cinque ha subito un tipo di abuso in vita sua. Questi traumi possono però provocare anche </span><b>cambiamenti a livello biologico</b><span style="font-weight: 400;"> e di </span><b>struttura cerebrale</b><span style="font-weight: 400;">. Di questo si è occupata recentemente una ricerca realizzata dalla McGill University e pubblicata sull’</span><a href="http://ajp.psychiatryonline.org/doi/full/10.1176/appi.ajp.2017.16111286"><span style="font-weight: 400;">American Journal of Psychiatry</span></a><span style="font-weight: 400;">. Per studiare gli effetti degli abusi sono state realizzate </span><b>analisi del tessuto cerebrale</b><span style="font-weight: 400;"> di individui depressi, morti suicidi: un gruppo di questi ne aveva subiti in tenera età, l’altro no. Dal confronto tra i due campioni sono emerse interessanti differenze sia a livello di espressione genica che di struttura cerebrale. <br /></span></p>
<p><b>I cambiamenti a livello biologico</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lo studio si concentra in particolare sull’</span><b>epigenetica</b><span style="font-weight: 400;">, branca della biologia molecolare che analizza come vengono silenziati o attivati i geni negli esseri umani. In caso di </span><b>eventi traumatici</b><span style="font-weight: 400;"> - come per chi ha subito un abuso - si nota una </span><b>differente espressione di alcuni geni</b><span style="font-weight: 400;">: in questo caso una circostanza cha va poi a ripercuotersi sul diametro degli assoni (le lunghe fibre attraverso cui viene veicolata l’informazione che parte dai neuroni ndr). I geni interessati in questo caso sono tre e sono tutti coinvolti nel processo di </span><b>produzione</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>mantenimento</b><span style="font-weight: 400;"> della </span><b>guaina mielinica</b><span style="font-weight: 400;">, ossia quella struttura che ricopre gli assoni e permette il corretto passaggio dell’impulso elettrico. Osservando in particolare la corteccia cingolata anteriore, coinvolta nel controllo dell’umore, i ricercatori hanno notato uno </span><b>spessore inferiore</b><span style="font-weight: 400;"> di questa guaina negli individui vittime di abusi da piccoli. Spessore inferiore che si traduce poi in una </span><b>trasmissione più lenta degli impulsi elettrici</b><span style="font-weight: 400;"> del sistema nervoso in quella precisa area. <br /></span></p>
<p><b>Quali prospettive?</b></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Anche se tutto parte da una modificazione a livello epigenetico, non è detto che questi cambiamenti siano fissi. Anzi. Grazie alla </span><b>psicoterapia</b><span style="font-weight: 400;">, è possibile mirare a </span><b>cambiamenti</b><span style="font-weight: 400;"> che possono condurre ad un notevole miglioramento sul </span><b>piano sintomatologico</b><span style="font-weight: 400;">. Grazie alla </span><b>tecnica EMDR</b><span style="font-weight: 400;"> ad esempio è possibile desensibilizzare i vissuti traumatici, ristabilire un equilibrio nella vita del paziente e lavorare al potenziamento delle risorse personali, migliorandone notevolmente la qualità di vita.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">È dunque importante </span><b>non sottovalutare</b><span style="font-weight: 400;"> le possibili conseguenze dei traumi vissuti nell’infanzia, ma soprattutto - qualora li si abbia sperimentati in prima persona -  avere la possibilità di </span><b>chiedere aiuto</b><span style="font-weight: 400;"> rivolgendosi ad un professionista.</span></p>]]></description>
<category>Trauma psicologico</category>
<pubDate>Tue, 01 Apr 2014 00:00:00 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>PSICOLOGO ONLINE</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/servizi/psicologo-online.html</link>
<guid isPermaLink="true">https://www.orpsicologia.it/servizi/psicologo-online.html</guid>
<description><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La consulenza psicologica online come quella in presenza è utile per fare chiarezza sulla propria situazione, problema o disagio e per comprendere in che modo ritrovare una condizione di benessere ed equilibrio.<br />L’incontro con lo psicologo online è rivolto a chi:</p>
<p style="float: right; margin-top: -75px; text-align: justify;"> </p>
<ol style="text-align: justify;">
<li>   abbia difficoltà a spostarsi, ma avverta il bisogno di rivolgersi ad uno psicologo</li>
<li>   vive all'estero ma desidera trovare uno spazio di ascolto con un professionista italiano</li>
<li>   non sa a chi rivolgersi, ma è in cerca di “un primo orientamento” in base alle proprie necessità</li>
<li>   viaggia molto e abbia difficoltà a garantire una continuità nella frequenza delle sedute dallo psicologo in studio</li>
<li>   preferisca un approccio online rispetto alla presenza in studio</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Per accedere alle consulenze online è sufficiente possedere una buona connessione internet (su smartphone, tablet o computer), una webcam integrata nel dispositivo che si intende usare.</p>
<p style="text-align: justify;">Prima di fissare il primo incontro, è necessario compilare ed inviare allo psicologo la documentazione riguardante il consenso informato con il trattamento della privacy (<span style="color: #0000ff;"><strong><a style="color: #0000ff;" href="https://www.orpsicologia.it/images/Modello_Psy18_Individuale_SKYPE.pdf">SCARICA DOCUMENTO</a></strong></span>) e una scansione del proprio tesserino sanitario.</p>
<p style="text-align: justify;">Per accedere al servizio di psicologia online, si richiede di contattarmi al <strong>3914857403</strong> o la compilazione del seguente <span style="color: #0000ff;"><strong><a style="color: #0000ff;" href="https://www.orpsicologia.it/contattami.html">FORM</a></strong></span> indicando come oggetto del messaggio "<strong>PSICOLOGO ONLINE</strong>" e inserendo i propri dati anagrafici (nome, cognome, e-mail), un recapito telefonico, il problema per il quale richiedete supporto ed eventuali preferenze di giorni e orari per il primo contatto con la psicologa online.</p>
<p style="text-align: justify;">L’erogazione del servizio avviene solo a seguito dell’avvenuto pagamento, da effettuarsi tramite bonifico bancario (del quale si richiede una copia da inviarsi via mail prima del colloquio) o <span style="color: #0000ff;"><strong><a style="color: #0000ff;" href="https://paypal.me/drrominaoppici?locale.x=en_US">PayPal</a></strong></span>.</p>
<p style="text-align: justify;">Non si effettuano prestazioni psicologiche online a minorenni.</p>
<!-- START: Modules Anywhere --><h1 class="page-title"><!--  Modules Anywhere Message: Il modulo non può essere posizionato poiché non è pubblicato o assegnato a questa pagina. --></h1><!-- END: Modules Anywhere -->
<p><a href="https://www.paypal.me/drrominaoppici?locale.x=en_US" target="_blank" rel="noopener noreferrer"><img src="https://www.orpsicologia.it/images/paypal.png" /></a></p>]]></description>
<category>SERVIZI</category>
<pubDate>Mon, 11 Feb 2019 10:19:23 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>INFORMATIVA SULLA PRIVACY </title>
<link>https://www.orpsicologia.it/informativa-sulla-privacy.html</link>
<guid isPermaLink="true">https://www.orpsicologia.it/informativa-sulla-privacy.html</guid>
<description><![CDATA[<p style="text-align: center;"><b>INFORMATIVA SULLA PRIVACY PER IL SITO: <a href="http://www.orpsicologia.it/">www.orpsicologia.it<br /></a></b></p>
<p style="text-align: center;"><b>Informazioni da fornire ai sensi dell’art. 13, Regolamento Europeo 679/2016 (c.d. “GDPR”) <a href="http://www.orpsicologia.it"><br /><br /></a></b></p>
<ol>
<li style="text-align: justify;">Il Regolamento UE 2016/679 (di seguito <em>GDPR</em>) prevede e rafforza la <strong>protezione e il trattamento dei dati personali</strong> alla luce dei principi di correttezza, liceità, trasparenza, tutela della riservatezza e dei diritti dell’interessato in merito ai propri dati<br /><br /></li>
<li style="text-align: justify;"> La dott.ssa Romina Oppici è<strong> titolare </strong>del trattamento dei seguenti dati raccolti per lo svolgimento dell’incarico oggetto di questo contratto:<br />
<ol style="list-style-type: lower-alpha;">
<li><u>dati anagrafici, di contatto e di pagamento</u> – informazioni relative al nome, numero di telefono, indirizzo PEO e PEC, nonché informazioni relative al pagamento dell’onorario per l’incarico (es. numero di carta di credito/debito), ecc.
<ul style="list-style-type: circle;">
<li><em>Presupposto per il trattamento:</em> esecuzione di obblighi contrattuali/precontrattuali. Il conferimento è obbligatorio.</li>
</ul>
</li>
<li><u>dati relativi allo stato di salute:</u> i dati personali attinenti alla nostra/mia salute fisica o mentale sono raccolti direttamente, in relazione alla richiesta di esecuzione di valutazioni, esami, accertamenti diagnostici, interventi riabilitativi e ogni altra tipologia di servizio di natura professionale connesso con l’esecuzione dell’incarico.
<ul style="list-style-type: circle;">
<li><em>Presupposto per il trattamento</em>: esecuzione di obblighi contrattuali/precontrattuali. Il consenso è obbligatorio.</li>
</ul>
</li>
</ol>
</li>
</ol>
<p style="text-align: justify;">Con il termine <strong><em>dati personali</em></strong> si intendono le categorie sopra indicate, congiuntamente considerate. Le riflessioni/valutazioni/interpretazioni professionali tradotte in dati dallo psicologo costituiscono l’insieme dei <strong><em>dati professionali</em></strong>, trattati secondo tutti i principi del GDPR e gestiti/dovuti secondo quanto previsto dal Codice Deontologico degli Psicologi Italiani.</p>
<ol start="3">
<li style="text-align: justify;">I dati personali saranno sottoposti a <strong>modalità di trattamento</strong> sia cartaceo sia elettronico e/o automatizzato, quindi con modalità sia manuali che informatiche. In ogni caso saranno adottate tutte le procedure idonee a proteggerne la riservatezza, nel rispetto delle norme vigenti e del segreto professionale.<br /><br /></li>
<li style="text-align: justify;">Saranno utilizzate adeguate <strong>misure di sicurezza</strong> al fine di garantire la protezione, la sicurezza, l’integrità e l’accessibilità dei dati personali.<br /><br /></li>
<li style="text-align: justify;">I dati personali verranno <strong>conservati solo per il tempo necessario</strong> al conseguimento delle finalità per le quali sono stati raccolti o per qualsiasi altra legittima finalità a essi collegata.<br /><br /></li>
<li style="text-align: justify;">I dati personali che non siano più necessari, o per i quali non vi sia più un presupposto giuridico per la relativa conservazione, verranno <strong>anonimizzati irreversibilmente o distrutti in modo sicuro</strong>.<br /><br /></li>
<li style="text-align: justify;">I tempi di conservazione, in relazione alle differenti finalità sopra elencate, saranno i seguenti:<br />
<ol style="list-style-type: lower-alpha;">
<li><u>dati anagrafici, di contatto e di pagamento</u>: verranno tenuti per il tempo necessario a gestire gli adempimenti contrattuali/contabili e successivamente per un tempo di <strong>10 anni</strong>;</li>
<li><u>dati relativi allo stato di salute:</u> saranno conservati unicamente per il periodo di tempo strettamente necessario allo svolgimento dell’incarico e al perseguimento delle finalità proprie dell’incarico stesso e comunque per un periodo minimo di <strong>5 anni</strong> (art.17 del Codice Deontologico degli Psicologi Italiani).</li>
</ol>
</li>
<li style="text-align: justify;">I dati personali potrebbero dover essere resi <strong>accessibili alle Autorità Sanitarie e/o Giudiziarie</strong> sulla base di precisi doveri di legge. In tutti gli altri casi, ogni comunicazione potrà avvenire solo previo esplicito consenso, e in particolare:<br />
<ol style="list-style-type: lower-alpha;">
<li><u>dati anagrafici, di contatto e di pagamento:</u> potranno essere accessibili anche a eventuali dipendenti, nonché a fornitori esterni che supportano l’erogazione dei servizi;</li>
<li><u>dati relativi allo stato di salute:</u> verranno resi noti, di regola, solamente all’interessato e solo in presenza di una delega scritta a terzi. Verrà adottato ogni mezzo idoneo a prevenire una conoscenza non autorizzata da parte di soggetti terzi anche compresenti al conferimento. Potranno essere condivisi, in caso di obblighi di legge, con strutture/servizi/operatori del SSN o altre Autorità pubbliche.</li>
</ol>
</li>
<li style="text-align: justify;">Salvo parere contrario, le informazioni contabili relative alle spese sanitarie verranno trasmesse all’Agenzia delle Entrate, tramite flusso telematico del <strong>Sistema Tessera Sanitaria,</strong> ai fini dell’elaborazione del <strong><em>730/UNICO precompilato</em></strong> e risulteranno accessibili anche dai soggetti ai quali Lei dovesse risultare fiscalmente a carico (coniuge, genitori, ecc.). L’opposizione all’invio dei dati (da rendere attraverso il punto in calce alla presente) non pregiudica la detrazione della spesa, bensì comporta esclusivamente che la fattura non venga inserita automaticamente nella dichiarazione precompilata.<br /><br /></li>
<li style="text-align: justify;">L’eventuale <strong>lista dei responsabili del trattamento</strong> e degli altri soggetti cui vengono comunicati i dati può essere visonata a richiesta.<br /><br /></li>
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</ol>]]></description>
<category>Informativa</category>
<pubDate>Sun, 10 Dec 2017 15:18:16 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>Informativa cookie</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/informativa-cookie.html</link>
<guid isPermaLink="true">https://www.orpsicologia.it/informativa-cookie.html</guid>
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<category>Informativa</category>
<pubDate>Thu, 07 Dec 2017 14:20:11 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>PSICOTERAPIA INDIVIDUALE</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/servizi/psicoterapia-individuale.html</link>
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<description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">La nostra vita può essere paragonata ad un viaggio.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Spesso “viaggiando” ci si può trovare di fronte a circostanze o </span><b>eventi difficili da affrontare</b><span style="font-weight: 400;">, specialmente se siamo soli.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ogni volta che in seguito a situazioni di difficoltà ci si senta </span><b>vulnerabili</b><span style="font-weight: 400;"> o si abbia la sensazione di non farcela da soli, rivolgersi ad uno </span><b>Psicologo</b><span style="font-weight: 400;"> professionista rappresenta la scelta giusta verso il miglioramento della propria condizione di sofferenza.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In questi momenti il ruolo di un “</span><b>esperto in materia</b><span style="font-weight: 400;">” come lo </span><b>Psicologo Psicoterapeuta</b><span style="font-weight: 400;"> è ciò che può fare la differenza, aiutandoci concretamente a trovare </span><b>strategie e/o modalità più adattive</b><span style="font-weight: 400;">, volte a raggiungere un sano equilibrio personale; inoltre, </span><b>rielaborando</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>conferendo</b><span style="font-weight: 400;"> un nuovo </span><b>significato</b><span style="font-weight: 400;"> alla sofferenza, potremo proseguire il percorso della nostra vita verso nuove esperienze ed </span><b>obiettivi</b><span style="font-weight: 400;"> da realizzare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><img src="https://www.orpsicologia.it/images/Psicoterapia individuale1.jpg" alt="psicoterapia individuale" /></span></p>]]></description>
<category>SERVIZI</category>
<pubDate>Sun, 03 Dec 2017 15:05:04 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>TERAPIA DI COPPIA</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/servizi/terapia-di-coppia.html</link>
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<description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">Mantenere una </span><b>relazione di coppia</b><span style="font-weight: 400;"> nel tempo a volte può rivelarsi arduo. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Ciascun membro della coppia possiede una propria storia, dei valori e un suo stile di vita; ciò in alcuni momenti e a fronte di diversi tipi di difficoltà vissute può portare a situazioni di crisi all’interno della coppia stessa, che inevitabilmente si incrina. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">In questi frangenti l’aiuto fornito da un percorso con lo </span><b>Psicologo Psicoterapeuta</b><span style="font-weight: 400;"> può condurre ad una migliore </span><b>messa a fuoco</b><span style="font-weight: 400;"> delle </span><b>difficoltà</b><span style="font-weight: 400;"> vissute dai due membri della coppia e degli </span><b>ambiti</b><span style="font-weight: 400;"> sui quali sia necessario lavorare per ritrovare il benessere di ciascuno, fornendo </span><b>chiavi di lettura</b><span style="font-weight: 400;"> differenti finalizzate al </span><b>rinnovamento di un equilibrio</b><span style="font-weight: 400;"> all’interno della relazione. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Un percorso di </span><b>terapia di coppia</b><span style="font-weight: 400;"> può strutturarsi sia sulla base di </span><b>problematiche affettive e/o sessuali</b><span style="font-weight: 400;">, sia qualora vi sia la necessità di intraprendere un percorso di </span><b>sostegno alla genitorialità</b><span style="font-weight: 400;">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><img src="https://www.orpsicologia.it/images/PSICOTERAPIA DI COPPIA.jpg" alt="terapia di coppia" /></span></p>]]></description>
<category>SERVIZI</category>
<pubDate>Sun, 03 Dec 2017 15:04:34 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>TRATTAMENTO EMDR</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/servizi/trattamento-emdr.html</link>
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<description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">L’</span><b>EMDR</b><span style="font-weight: 400;"> (Eye Movement Desensitization and Reprocessing) è il trattamento psicoterapeutico evidence-based per la terapia del </span><b>Disturbo da Stress Post-Traumatico</b><span style="font-weight: 400;"> (DPTS) e per la rielaborazione delle </span><b>esperienze traumatiche</b><span style="font-weight: 400;">; il metodo è basato su una stimolazione bilaterale degli emisferi cerebrali attraverso i movimenti oculari e/o altri tipi di stimolazione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">I punti di forza di questa tecnica sono la </span><b>rapidità</b><span style="font-weight: 400;"> di intervento, l’</span><b>efficacia</b><span style="font-weight: 400;">, la possibilità di </span><b>applicazione a qualunque età</b><span style="font-weight: 400;"> e l’</span><b>assenza di controindicazioni</b><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Lo </span><b>Psicologo Psicoterapeuta</b><span style="font-weight: 400;"> (qualora abbia svolto un training specifico certificato) può valutare insieme al paziente la possibilità di intraprendere un percorso con l’ausilio dell’</span><b>EMDR</b><span style="font-weight: 400;"> per il trattamento di traumi singoli o DPTS.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Tramite questa tecnica, i </span><b>ricordi traumatici</b><span style="font-weight: 400;"> vengono </span><b>reintegrati</b><span style="font-weight: 400;"> nella memoria e i </span><b>sintomi</b><span style="font-weight: 400;"> più disturbanti ad essi correlati </span><b>si estinguono</b><span style="font-weight: 400;"> progressivamente; il soggetto rafforza gli aspetti della sua </span><b>autostima</b><span style="font-weight: 400;">, è più centrato sul qui ed ora, sviluppando maggiore </span><b>fiducia</b><span style="font-weight: 400;"> nelle proprie capacità e nel proprio </span><b>valore</b><span style="font-weight: 400;">. Gli eventi traumatici perdono dunque l’iniziale impatto emotivo e vengono trasformati in una risorsa positiva.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><img src="https://www.orpsicologia.it/images/TRATTAMENTO-EMDR2.jpg" alt="trattamento-emdr" /></span></p>]]></description>
<category>SERVIZI</category>
<pubDate>Sun, 03 Dec 2017 15:03:32 +0000</pubDate>
</item>
<item>
<title>MINDFULNESS</title>
<link>https://www.orpsicologia.it/servizi/mindfulness.html</link>
<guid isPermaLink="true">https://www.orpsicologia.it/servizi/mindfulness.html</guid>
<description><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400;">La Mindfulness o </span><b>"pratica della consapevolezza"</b><span style="font-weight: 400;"> consiste nell'imparare a prestare attenzione in modo consapevole all’esperienza del </span><b>momento presente</b><span style="font-weight: 400;">, dunque al modo in cui ci sentiamo, a ciò che ci passa per la mente e a come percepiamo ciò che ci circonda: il tutto ci rende consapevoli di quali siano le </span><b>modalità mentali</b><span style="font-weight: 400;"> che contrariamente ci bloccano, intrappolandoci nello </span><b>stress cronico</b><span style="font-weight: 400;">. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Nell’ottica di un’</span><b>integrazione mente-corpo,</b><span style="font-weight: 400;"> l’utilizzo delle pratiche di Mindfulness conduce ad una maggiore padronanza di sé nella vita quotidiana e aiuta a sviluppare </span><b>accettazione</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>consapevolezza</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>attenzione</b><span style="font-weight: 400;">, cambiando il modo di rapportarsi alle proprie esperienze.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">Essa rappresenta dunque un approccio molto efficace che il </span><b>terapeuta</b><span style="font-weight: 400;"> può utilizzare nella gestione di </span><b>ansia</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>stress</b><span style="font-weight: 400;">. È stato ampiamente dimostrato che una pratica costante di queste tecniche è in grado di modificare le strutture cerebrali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;">La Mindfulness </span><b>non presenta controindicazioni</b><span style="font-weight: 400;"> ed è adatta a tutti; ha effetti benefici sul </span><b>sistema endocrino</b><span style="font-weight: 400;">, </span><b>immunitario</b><span style="font-weight: 400;"> e </span><b>neurovegetativo</b><span style="font-weight: 400;">, aumentando la sensazione soggettiva di benessere e la capacità di gestire emozioni e sensazioni disturbanti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400;"><img src="https://www.orpsicologia.it/images/MINDFULNESS.jpg" alt="mindfulness" /></span></p>]]></description>
<category>Orpsicologia</category>
<pubDate>Sun, 03 Dec 2017 15:02:54 +0000</pubDate>
</item>
</channel>
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